Italiano | English

Salta la barra di navigazione Il Progetto > Archivio articoli

Archivio articoli

Settembre 2017: Uno studio sui fattori che influenzano la sopravvivenza dei pazienti con Trombocitemia Essenziale

Gli Autori di questo studio hanno raccolto i dati relativi a più di 1.400 pazienti affetti da Trombocitemia Essenziale, seguiti in due Centri di alta specializzazione nel campo delle neoplasie mieloproliferative (904 pazienti seguiti presso la Mayo Clinic negli Stati Uniti e 590 pazienti seguiti presso il CRIMM, Centro di Ricerca e Innovazione per le Malattie Mieloproliferative, della AOU Careggi e dell'Università di Firenze) e hanno cercato di individuare quali fossero le variabili in grado di influenzarne la prognosi.
Studi precedenti, sempre rivolti a pazienti con Trombocitemia Essenziale, hanno già identificato il ruolo di alcuni fattori, quali ad esempio l'età anagrafica, l'aumento quantitativo del numero dei globuli bianchi e la presenza di eventi vascolari in anamnesi: è proprio su questi tre fattori, infatti, che si fonda uno score di prognosi (IPSET survival) specifico per i pazienti affetti da questa patologia, sviluppato circa 5 anni fa da un gruppo internazionale di ricercatori. Tuttavia, in letteratura sono presenti dati a sostegno dell'importanza anche di altre variabili, quali ad esempio la presenza dei classici fattori di rischio cardiovascolare, il fumo o l'appartenenza al genere maschile.
Lo studio attuale ha voluto, in particolare, testare l'importanza del sesso dei pazienti nell'influenzarne la prognosi. In dettaglio: l'analisi statistica relativa alla coorte di pazienti americani ha effettivamente confermato come, in aggiunta ad alcuni dei dati clinici già citati, anche il sesso maschile avesse un impatto negativo sulla sopravvivenza, in particolare per i pazienti di età più avanzata (superiore o uguale ai 60 anni) o classificati come ad alto rischio secondo lo score IPSET.
Allo stesso tempo, invece, il ruolo prognostico di un precedente evento trombotico non è stato confermato, una volta inserito nell'analisi anche il genere di appartenenza; si conferma, inoltre, come la presenza di una particolare mutazione driver (a carico dei geni JAK2, MPL o CALR) non abbia influenza sulla sopravvivenza nel campo delle ET.
Le stesse analisi, condotte questa volta nella coorte di pazienti italiani, seguiti a Firenze, ha replicato - e, quindi, confermato - tutte le osservazioni e le associazioni prognostiche appena riportate.
I risultati di questo studio, globalmente, suggeriscono una prognosi migliore per le pazienti con Trombocitemia Essenziale, rispetto alla controparte maschile, in particolare nella fascia di età più avanzata; le ragioni di questa differenza non sono ad oggi note, ma potrebbero almeno in parte riflettere differenze nello stile di vita o nelle caratteristiche biologiche dei due sessi, e suggeriscono l'utilità di includere il genere di appartenenza fra le variabili intorno alle quali disegnare score prognostici sempre più accurati. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Settembre 2017: Uno studio approfondito conferma l'importanza di differenziare la Mielofibrosi prefibrotica dalla Mielofibrosi Primaria, in accordo con la WHO 2016

La recente revisione della WHO ha introdotto formalmente la categoria diagnostica della Mielofibrosi prefibrotica, ben delineata grazie a criteri morfologici - relativi alla biopsia osteomidollare - e grazie alla presenza di alcuni criteri clinici e di laboratorio, che rendono più chiara ed efficace la distinzione di questo gruppo di pazienti rispetto a coloro i quali ricevono una diagnosi di Trombocitemia Essenziale, da una parte, o di Mielofibrosi Primaria, dall'altra.
I ricercatori del gruppo AGIMM hanno voluto validare l'utilità clinica di tale classificazione applicando i nuovi criteri della WHO 2016 ad un'ampia coorte di 661 pazienti che avevano ricevuto in precedenza una diagnosi di Mielofibrosi Primaria: in seguito a tale processo di revisione, per 278 di loro la diagnosi è stata modificata in favore della categoria di Mielofibrosi prefibrotica.
Analizzando e comparando le caratteristiche dei due gruppi di pazienti così ottenuti (278 casi di Mielofibrosi prefibrotica e 383 casi di Mielofibrosi Primaria), sono emerse alcune rilevanti differenze: fra i casi di Mielofibrosi prefibrotica vi era una maggiore frequenza di pazienti giovani e di sesso femminile, che presentavano parametri coerenti con una malattia meno aggressiva, ossia valori più elevati di emoglobina e piastrine, associati ad una minore frequenza di blasti circolanti, sintomi sistemici, splenomegalia marcata o alterazioni cromosomiche sfavorevoli. Come atteso sulla base di questi dati, i pazienti con Mielofibrosi prefibrotica coinvolti in questo studio avevano alla diagnosi un rischio clinico inferiore, in base allo score IPSS.
Anche sul piano genetico i due gruppi di pazienti sono risultati differenti: le mutazioni che definiscono il profilo "ad alto rischio molecolare" (in particolare quelle a carico di ASXL1 e EZH2), infatti, sono risultate più frequenti nei casi di Mielofibrosi Primaria, contribuendo a spiegare, almeno in parte, la loro storia naturale di malattia.
Questi dati supportano in maniera chiara la nozione che a ciascuna delle due categorie diagnostiche corrisponda un andamento clinico distinto e più favorevole nel caso della Mielofibrosi prefibrotica. Questa distinzione è mantenuta anche nel confronto con un gruppo di pazienti affetti da Trombocitemia Essenziale (421 casi, individuati e seguiti negli stessi Centri AGIMM): questi ultimi, infatti, presentano in assoluto la prognosi migliore. In tal modo si conferma la necessità ed il valore di attenersi ad un processo diagnostico accurato, in accordo con i criteri WHO.
Gli Autori hanno, poi, osservato come lo score IPSS possa rivelarsi non ottimale quando applicato ai due nuovi gruppi di pazienti individuati dalla WHO 2016, suggerendo la possibilità di studiare in futuro dei punteggi prognostici da applicare in maniera specifica ai casi di Mielofibrosi prefibrotica e a quelli di Mielofibrosi Primaria. L'obiettivo per il prossimo futuro rimane, ad ogni modo, quello di provare ad integrare nella valutazione della prognosi anche i dati molecolari, sia per quanto riguarda le mutazioni "driver" (in questo studio si conferma ulteriormente la prognosi favorevole dei pazienti con mutazione di CALR di tipo 1), sia per quanto riguarda le mutazioni che definiscono l'alto rischio molecolare. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Luglio 2017: MYSEC-PM: uno score prognostico specifico per i casi di Mielofibrosi secondaria

Sempre più spesso in medicina la terapia più adeguata al singolo paziente viene scelta dopo aver stimato, grazie all’utilizzo di modelli prognostici, l'andamento clinico complessivo della patologia o la probabilità che si verifichino determinate complicanze; in tal senso, le neoplasie mieloproliferative non fanno eccezione e, anzi, costituiscono un campo nel quale la stratificazione ed il calcolo del rischio sono stati e continuano ad essere alla base della gestione quotidiana dei pazienti.
Fino ad oggi, tuttavia, non si disponeva di uno score prognostico che fosse disegnato su misura per i pazienti con Mielofibrosi secondaria (post TE o post PV); nella pratica clinica si ricorreva, infatti, ad altri score prognostici (come l’IPSS, il DIPSS e il DIPSS-plus), formulati e validati, in realtà, solo per i casi di Mielofibrosi primaria.
Per provare a colmare questa lacuna, gli Autori hanno raccolto i dati relativi a 685 casi di Mielofibrosi secondaria, seguiti in 16 Centri a livello internazionale, e ne hanno studiato le caratteristiche cliniche, molecolari e di laboratorio, cercando di identificare le variabili che fossero in grado di predirne l'evoluzione nel corso del tempo.
La prima osservazione degna di nota, riportata dagli Autori, riguarda la sopravvivenza globale dei casi di Mielofibrosi post TE e post PV, risultata essere sostanzialmente comparabile, nonostante i due gruppi differissero per alcune caratteristiche di presentazione. Un'altra osservazione interessante riguarda il rischio di complicanze vascolari, che è risultato essere rilevante anche nella fase di Mielofibrosi; in tal modo viene ancora una volta sottolineata l'importanza di un'adeguata gestione terapeutica e di un attento controllo dei fattori di rischio cardiovascolare lungo tutta la storia naturale delle neoplasie mieloproliferative.
Gli Autori hanno, poi, identificato sei caratteristiche correlate con la sopravvivenza dei pazienti, ossia l'età al momento della diagnosi di Mielofibrosi secondaria, la presenza di anemia (Hb <11 g/dl), la piastrinopenia (Plt <150.000/mmc), la presenza del 3% o più di blasti nel sangue periferico, la presenza di sintomi costituzionali e l’assenza di mutazione a carico del gene della calreticulina. Assegnando un punteggio a ciascuna caratteristica – proporzionale al proprio peso nell'influenzare la prognosi –, è stato possibile costruire uno score capace di suddividere i pazienti in 4 gruppi, rispettivamente a rischio basso, intermedio-1, intermedio-2 e alto, con sopravvivenze molto diverse (variabili da 2 a più di 9 anni, con sopravvivenza mediana ancora non raggiunta nel gruppo a rischio più basso).
Per testare la validità di questo modello prognostico (denominato MYSEC- PM, Myelofibrosis Secondary to PV and ET – Prognostic Model), è stata confrontata la sua capacità discriminativa con quella dell'IPSS utilizzando la medesima casistica: il potere predittivo del MYSEC-PM si è confermato essere molto alto e sensibilmente migliore di quello dell'IPSS.
Si potrà, dunque, contare da ora in avanti su un nuovo ed accurato strumento, che potrà trovare applicazione tanto nella pratica clinica, quanto nell'ambito dei protocolli sperimentali, per cercare di individuare i provvedimenti terapeutici più adeguati per i pazienti appartenenti alla singola fascia di rischio. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Luglio 2017: Revisione critica del profilo di efficacia e sicurezza di Idrossiurea nei pazienti con Policitemia Vera

Idrossiurea è un farmaco cardine nel trattamento della Policitemia Vera, essendo attualmente la terapia citoriduttiva di prima linea nei pazienti ad alto rischio. Tuttavia, questa raccomandazione terapeutica si basa su un numero molto esiguo di studi clinici randomizzati, a fronte di una vastissima esperienza clinica.
Per ottenere informazioni di alta qualità, pur non disponendo dei suddetti studi, gli Autori hanno condotto un'analisi dettagliata su un gruppo di pazienti con PV arruolati in uno studio clinico già concluso (lo studio ECLAP, European Collaborative Low-dose Aspirin). Sono stati selezionati i 1.042 pazienti (dei 1.638 originariamente coinvolti) che avevano ricevuto solo salassi (342 casi) o anche Idrossiurea (700 casi) per assicurare il controllo dell’ematocrito; su queste due coorti di pazienti sono state condotte alcune particolari analisi statistiche volte a contrastare le differenze fra le loro caratteristiche (ad esempio in termini di età, sesso o precedenti eventi vascolari) ed i loro possibili effetti sull’interpretazione dei risultati. In questo modo gli Autori hanno potuto disporre di gruppi di pazienti comparabili, pur non trattandosi di uno studio prospettico randomizzato.
Analizzando, dunque, l'outcome dei due gruppi, gli Autori hanno rilevato nei pazienti affetti da PV ad alto rischio che avevano ricevuto Idrossiurea una riduzione della mortalità (0.5 vs 0.1 per 100 persone-anno, per i pazienti trattati con salassi o Idrossiurea, rispettivamente), degli eventi cardiovascolari (8.7 vs 4.8 per 100 persone-anno) e dell’evoluzione in mielofibrosi (1.5 vs 0.1 per 100 persone-anno). Questa differenza è molto verosimilmente da ascrivere ad un miglior controllo dell'emocromo garantito dal farmaco (non solo in termini di mantenimento dell'ematocrito entro il target del 45%, ma anche in termini di correzione dell'eventuale rialzo dei globuli bianchi), se confrontato con i soli salassi.
Tale ipotesi ha effettivamente trovato conferma nei gruppi di pazienti analizzati dagli Autori: ad un anno, il gruppo di pazienti che aveva ricevuto solo salassi aveva raggiunto il target di ematocrito nel 31% dei casi ed il controllo della conta dei globuli bianchi nel 74% dei casi, mentre per i pazienti trattati con Idrossiurea le rispettive percentuali erano significativamente più alte e pari al 52% e 88%, rispettivamente.
I risultati di questo studio, pertanto, confermano l'efficacia dell'Idrossiurea nel contenere il rischio vascolare dei pazienti con PV ad alto rischio, e ne sottolineano la sicurezza, con una riduzione del rischio di evoluzione in mielofibrosi secondaria, senza aumento del rischio di trasformazione leucemica. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Agosto 2016: Ruolo della profilassi antiaggregante nei pazienti affetti da trombocitemia essenziale a basso rischio vascolare

Uno dei cardini del trattamento della trombocitemia essenziale (TE) è rappresentato dalla profilassi antiaggregante con acido acetilsalicilico a basse dosi, la cui efficacia nella prevenzione degli eventi vascolari nei pazienti a basso rischio non è stata tuttavia indagata in studi clinici randomizzati.
Un recente studio multicentrico ha valutato retrospettivamente il rapporto rischio/beneficio della profilassi antiaggregante in 433 pazienti con TE a basso rischio (271 con mutazione del gene CALR e 162 con mutazione JAK2 V617F) in terapia con acido acetilsalicilico o solo in osservazione. Dopo un periodo di osservazione di 2215 persone-anno senza impiego di terapia citoriduttiva, si è documentato che nei pazienti CALR-mutati la profilassi antiaggregante non ha influito sul rischio trombotico, ma è stata associata a una maggiore incidenza di episodi emorragici, mentre i pazienti con mutazione JAK2 V617F in profilassi con acido acetilsalicilico hanno riportato una riduzione dell'incidenza di eventi trombotici venosi. Nella coorte di pazienti in esame, inoltre, si è osservato che quelli con mutazione del gene CALR hanno avuto necessità di iniziare più precocemente una terapia citoriduttiva, rispetto a quelli JAK2-mutati (intervallo mediano di 5 anni e di 9,8 anni rispettivamente), data la marcata piastrinosi.
I dati riportati nel suddetto articolo, che potrebbero modificare l'approccio terapeutico nei pazienti con trombocitemia essenziale CALR-mutata a basso rischio vascolare, necessitano comunque di validazione nell'ambito di studi clinici di tipo prospettico. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Agosto 2016: Applicazione del Next Generation Sequencing a pazienti con neoplasie mieloproliferative

Nella pratica clinica attuale la diagnostica molecolare delle neoplasie mieloproliferative (MPN) Philadelphia negative è basata sulla ricerca delle mutazioni nei geni JAK2, CALR e MPL. Recentemente sono state identificate altre mutazioni genetiche ricorrenti e sono state sviluppate tecniche di diagnostica molecolare basate sul next generation sequencing (NGS).
Uno studio recente condotto dal laboratorio MLL di Monaco ha validato l'impiego di un pannello di 28 geni, analizzati con next generation sequencing in pazienti affetti da MPN. In particolare sono stati studiati 40 pazienti affetti da trombocitemia essenziale (TE), 30 con mielofirbrosi primaria (PMF) e 30 con policitemia vera (PV); il 53% dei pazienti ha riportato due o più mutazioni genetiche. I pazienti con mielofibrosi hanno presentato un numero superiore di mutazioni a carico di geni dello splicing (SF3B1, SRSF2 e U2AF1) e di regolatori epigenetici (ASXL1 e EZH2), rispetto a quanto osservato in pazienti affetti da TE o PV. Mutazioni di geni coinvolti nella metilazione del DNA (DNMT3A, IDH1, IDH2 e TET2) sono state invece riscontrate con frequenza maggiore, in assenza però di significatività statistica, nei pazienti con policitemia vera. L'impiego di pannelli di NGS in pazienti con MPN, pur richiedendo ulteriori correlazioni prognostiche, rappresenta un valido approccio per una migliore definizione della complessità molecolare che caratterizza tali patologie. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Luglio 2016: Uno studio aperto, multicentrico, di fase I del farmaco JAK2 inibitore NS-018 in pazienti con mielofibrosi

Non tutti i pazienti affetti da mielofibrosi trattati con Ruxolitinib presentano una risposta alla terapia: una parte di essi non risponde al farmaco, una parte perde la risposta dopo una fase iniziale favorevole, una parte, infine, deve interrompere il trattamente per effetti collaterali non accettabili. Nel tentativo di offrire a questi pazienti una alternativa terapeutica, diversi farmaci sono in corso di sperimentazione. Uno di questi è il NS-018, un inibitore di JAK2 somministrato per via orale che in studi preclinici si è dimostrato efficace nel ridurre la splenomegalia in topi con mutazione V617F di JAK2. In questo lavoro, vengono riportati i dati della prima parte di uno studio di Fase I/II nel quale pazienti con mielofibrosi sono stati trattati con NS-018. Sono stati valutati sicurezza, tollerabilità ed efficacia clinica del farmaco su 48 pazienti, dei quali poco meno della metà aveva ricevuto senza successo una precedente terapia con Ruxolitinib. La dose di 300 mg per os una volta al giorno si è rivelata la meglio tollerata in rapporto all'efficacia. Una riduzione di almeno il 50% della milza alla palpazione si è ottenuta nel 56% dei pazienti: di questi il 47% aveva fatto in precedenza Ruxolitinib. E’ stato riportato anche un miglioramento dei sintomi di malattia (sudorazioni notturne, calo ponderale, prurito, febbre) e in 11 pazienti (su 30 valutabili) un miglioramento della fibrosi midollare, mentre nessun effetto è stato riportato sul carico allelico della mutazione V617F di JAK2. I principali effetti collaterali hanno compreso: piastrinopenia, anemia, vertigini e nausea. In sintesi, 300 mg al dì di NS-018 in pazienti con mielofibrosi si sono mostrati tollerabili ed efficaci nel migliorare la splenomegalia ed i sintomi associati alla malattia. Pertanto NS-018 può rappresentare una valida terapia per la splenomegalia ed i sintomi di malattia nei pazienti con mielofibrosi, in particolare per coloro che hanno fallito la terapia con Ruxolitinib. Lo studio prosegue per una valutazione a lungo termine dei risultati ed una più approfondita analisi dell'efficacia nei pazienti resistenti/intolleranti al Ruxolitinib. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Luglio 2016: Ruolo dei fibrociti derivati da monociti neoplastici nella mielofibrosi primaria

La fibrosi è un reperto caratteristico del midollo osseo dei pazienti con mielofibrosi e la sua entità è stata correlata alla prognosi. Nonostante una significativa quantità di studi sia stata dedicata a capirne i meccanismi biologici, la patogenesi della fibrosi non è ancora stata chiarita completamente. In questo lavoro, svolto in gran parte al MD Anderson Cancer Center di Houston, Texas, USA viene dimostrato come nel midollo osseo dei pazienti con mielofibrosi vi sia un aumentato numero di fibrociti, cellule di derivazione monocitaria (e quindi emopoietica), appartenenti al clone neoplastico (come dimostrato dalla presenza della mutazione di JAK2) e come questi fibrociti producano quantità aumentate di collagene e fibronectina, due proteine coinvolte nella genesi della fibrosi. A riprova del fatto che i fibrociti, e non le cellule mesenchimali come riportato da alcuni in passato, siano i responsabili delle genesi della fibrosi midollare, essi sono stati trapiantati in animali di laboratorio che hanno sviluppato in breve tempo una fibrosi midollare letale. Il trattamento di questi animali con pentraxina 2, una proteina ricombinante in grado di agire sui fibrociti ed attualmente in sperimentazione in pazienti con diverse malattie caratterizzate da fibrosi, inclusa la mielofibrosi, ha rallentato lo sviluppo della fibrosi ed aumentato la sopravvivenza degli animali. In sintesi questo studio dimostra che 1) la fibrosi midollare dipende direttamente dai fibrociti, cellule emopoietiche appartementi al clone della malattia; 2) il trattamento con pentraxina, agendo su queste cellule, può essere efficace nel rallentare lo sviluppo o la evoluzione della fibrosi midollare. Quest'ultima osservazione rafforza il razionale per lo sviluppo di trial clinici basati sull'impiego di pentraxina 2 nei pazienti con mielofibrosi. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Giugno 2016: Identificazione di alcune varianti genetiche che predispongono allo sviluppo di una neoplasia mieloproliferativa

In questo lavoro gli Autori hanno studiato una coorte di pazienti affetti da neoplasia mieloproliferativa (726 in totale) ed un'ampia popolazione di controllo costituita da più di 250.000 individui, 497 dei quali sono risultati essere portatori della mutazione V617F del gene JAK2. Attraverso studi di associazione genome-wide è stato possibile evidenziare come alcune varianti genetiche fossero significativamente più frequenti nei pazienti affetti da MPN e negli individui di controllo portatori della mutazione JAK2V617F rispetto alla rimanente quota di soggetti sani; fra queste varianti si segnala il già noto aplotipo 46/1 del gene JAK2, ma anche polimorfismi nei geni TERT, SH2B3 e TET2. Sulla scorta dei loro risultati, gli Autori suggeriscono la possibilità che esistano, pertanto, delle varianti genetiche tali da predisporre sia allo sviluppo di una MPN, sia all'insorgenza di un'emopoiesi clonale (testimoniata dalla presenza della mutazione di JAK2), che potrebbe precedere lo sviluppo stesso di una vera e propria patologia ematologica. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Giugno 2016: La Midostaurina è risultata essere efficace in pazienti affetti da Mastocitosi Sistemica avanzata

Gli Autori hanno studiato il profilo di efficacia e di tollerabilità della Midostaurina, farmaco capace di inibire il prodotto del gene KIT (sia nella sua forma wild type, sia in presenza della mutazione D816V), in una casistica costituita da 116 pazienti affetti da alcune varianti particolarmente aggressive di Mastocitosi Sistemica, inclusa la Mast cell Leukemia. Il 60% dei pazienti trattati ha avuto una risposta al trattamento, che è risultata essere indipendente dal sottotipo di malattia, dallo stato mutazionale del gene KIT e dalle precedenti linee terapeutiche. In una quota non trascurabile di pazienti la risposta si è accompagnata alla risoluzione del danno d'organo correlato alla presenza della Mastocitosi e sono state osservate riduzioni sensibili dell'infiltrazione mastocitaria a livello midollare.
Tuttavia, si sono resi necessari adeguamenti della dose del farmaco in più della metà dei soggetti trattati; gli effetti collaterali riportati con maggiore frequenza sono stati quelli a carico dell'apparato gastrointestinale (nausea, vomito e diarrea), ma vi è stata anche una tossicità ematologica con riduzione dei valori di globuli bianchi, emoglobina e piastrine, in particolar modo per i pazienti che già presentavano dei valori inferiori alla norma prima del trattamento. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Maggio 2016: La revisione 2016 alla classificazione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità delle neoplasie mieloidi e delle leucemie acute

E’ stata recentemente pubblicata la revisione ai criteri diagnostici dell'Organizzazione Mondiale della Sanità per le neoplasie mieloidi, incluse le neoplasie mieloproliferative croniche BCR-ABL1 negative, come la policitemia vera (PV), la trombocitemia essenziale (TE) e la mielofibrosi primaria (PMF). Per queste ultime patologie, le principali novità incluse nella revisione comprendono:
a) l'inclusione della mutazione della CALReticolina nei criteri diagnostici per ET e PMF;
b) la riduzione dei valori di emoglobina (16,5 g/dl negli uomini e 16.0 g/dL nelle donne) e di ematocrito (49% negli uomini e 48% nelle donne) e la maggiore importanza attribuita alla biopsia ossea, ora diventata un criterio maggiore, per la diagnosi di PV;
c) la differenziazione diagnostica fra "vera" ET e PMF prefibrotica per la loro diversa prognosi: a tale scopo viene raccomandato di standardizzare i criteri istologici di valutazione della biopsia ossea e vengono definiti i criteri clinici minori di supporto alla diagnosi. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Maggio 2016: Elevata frequenza di tromboembolismo venoso ricorrente in pazienti con neoplasie mieloproliferative ed effetto della profilassi con antagonisti della vitamina K

La durata ottimale del trattamento con antagonisti della vitamina K (VKA) dopo tromboembolismo venoso (VTE) nei pazienti con neoplasie mieloproliferative croniche (MPN) è incerto. Questo studio retrospettivo ha valutato 206 pazienti con MPN e ed un primo episodio di VTE seguiti per una mediana di 3 anni. Durante questo periodo, sono state osservate 45 recidive di trombosi (36 venose, 9 arteriose) con una incidenza di 6.5% pazienti-anno (pt-y). L'incidenza di recidiva di trombosi è stata più bassa nei pazienti in trattamento con VKA che in quelli fuori trattamento (4.7% vs. 8.9% pt-y, P=0.03) ed è stato osservato un raddoppio del rischio di recidiva nei pazienti che sospendevano i VKA rispetti a quelli che continuavano (HR 2.21, 95% CI 1.19-5.30). L'incidenza di emorragie maggiori nei pazienti trattati e non trattati è stata rispettivamente di 2.4% vs. 0.7% pt-y (P=0.08). Gli autori concludono che le ricorrenze di trombosi nei pazienti con MPN sono significativamente ridotte dal trattamento con VKA, ma che la loro alta frequenza anche nei pazienti trattati e il rischio emorragico dei VKA suggeriscono studi clinici con i nuovi anticoagulanti orali diretti per migliorare la profilassi antitrombotica in questi pazienti. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Aprile 2016: Un antagonista del recettore della trombopoietina è in grado di depletare in vitro ed in vivo cellule staminali e progenitori emopoietici di mielofibrosi

E' stato recentemente dimostrato che le interazioni tra trombopoietina (TPO) e il suo recettore (MPL) giocano un ruolo cruciale nello sviluppo e nella progressione delle neoplasie mieloproliferative tra cui la mielofibrosi. Queste osservazioni hanno portato allo sviluppo di strategie di targeting di cellule staminali e progenitori di MF basate sull'inibizione del legame di TPO con il suo recettore. In questo lavoro viene dimostrato che il trattamento di cellule CD34+ di MF, ma non di cellule normali, con un antagonista sintetico di MPL, LCP4, produce una diminuzione del numero di cellule CD34+lin- e di tutte le classi di progenitori, indipendentemente dal loro stato mutazionale.
Inoltre, il grado di chimerismo umano e la percentuale di cellule maligne del donatore vengono significativamente ridotti in topi immunodeficienti trapiantati con CD34+ di MF trattate con LCP4.
Questi effetti di LCP4 su cellule staminali e progenitori di MF sono stati associati con l'inibizione dell'attività JAK-STAT, la quale porta all'induzione di apoptosi. Questi risultati dimostrano che alcuni antagonisti specifici anti-recettore di citochine possono rappresentare una nuova classe di farmaci che sono in grado di bersagliare selettivamente le HSC di MF. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Aprile 2016: La perdita di funzione di EZH2 coopera con JAK2V617F nello sviluppo di mielofibrosi in un modello murino di neoplasia mieloproliferativa

Le mutazioni inattivanti nel gene istone metiltransferasi EZH2 sono spesso associate con la mutazione JAK2V617F nei pazienti con MF, anche se il loro contributo nella patogenesi della malattia rimane da chiarire. Per determinare gli effetti della concomitante perdita di funzione di EZH2 e mutazione JAK2V617F nell'emopoiesi, sono stati generati topi Knock-in per JAK2V617F e deficienti per EZH2. Mentre l'espressione di JAK2V617F da sola induce una malattia PV-like, la perdita contemporanea di EZH2 provoca l'inibizione del differenziamento eritroide e l'espansione dei precursori megacariocitari. Inoltre, la delezione di EZH2 migliora la capacità di ripopolamento di cellule staminali ematopoietiche esprimenti JAK2V617F. L'analisi istopatologica ha rivelato un'estesa fibrosi nel midollo osseo e nella milza di questi topi. Il trapianto di cellule di BM da topi JAK2V617F/EZH2-deleti in animali wild-type ha causato una progressione ancora più veloce a MF. Il profilo di espressione genica e la ChIP-Seq hanno mostrato che S100A8, S100A9, Ifi27l2a e HMGA2 sono trascrizionalmente de-repressi in progenitori emopoietici di topi JAK2V617F dopo delezione di EZH2. Inoltre, l'overespressione di S100A8, S100A9, Ifi27l2a o HMGA2 aumenta in modo significativo le colonie megacariocitarie nel BM di topi JAK2V617F, indicando un ruolo dei geni bersaglio di EZH2 nell'alterata megacariocitopoiesi tipica della MF.
Nel complesso questi risultati suggeriscono che la perdita di funzione di EZH2 coopera con JAK2V617F nello sviluppo di MF in un modello murino di JAK2V617F Knock-in. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Febbraio 2016: La duplicazione germline di ATG2B e GSKIP predispone alle neoplasie mieloidi familiari

Fino ad oggi non è stato identificato un gene che predisponga alle neoplasie mieloproliferative (MPN) familiari. Questo studio è stato condotto su 4 famiglie delle Antille francesi caratterizzate dalla presenza di numerosi membri affetti da neoplasia mieloide (soprattutto trombocitemia essenziale con successiva evoluzione in leucemia acuta), da trasmissione autosomica dominante, da esordio in età giovanile. Nell’ambito di queste 4 famiglie è stata identificata la trasmissione autosomica dominante di una duplicazione di 700-kb capace di predisporre a neoplasie mieloidi, incluse leucemie acute mieloidi, neoplasie mieloproliferative, leucemie mielomonocitiche croniche e trombocitemia essenziale con progressione a mielofibrosi e leucemia acuta secondaria. Due dei sei geni contenuti nella regione duplicata, ATG2B e GSKIP, sono iperespressi nei progenitori emopoietici, in particolare nei megacarciociti e causano una ipersensibilità alla trombopoietina. L’iperespressione di questi geni coopera con le mutazioni classiche JAK2, MPL, CALR nell’indurre il fenotipo mieloproliferativo. Si ipotizza che la duplicazione germline possa potenziare la capacità proliferativa di cellule che esprimono una delle mutazioni somatiche tipiche delle MPN (JAK2, MPL, CALR) e quindi aumenti la probabilità di comparsa della malattia. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Febbraio 2016: Mutazioni germline di RBBP6 nelle neoplasie mieloproliferative familiari

Partendo dallo studio di una famiglia australiana con 5 membri affetti in 4 generazioni diverse sono state identificate mutazioni germline del gene RBBP6 in circa il 5% delle neoplasie mieloproliferative (MPN) familiari e nel 0.6% delle MPN sporadiche. RBBP6 è un inibitore di p53; la mutazione di RBBP6 potrebbe causare un aumento della mutagenesi somatica attraverso una inibizione di p53. La mutazione è stata riscontrata anche in alcuni soggetti sani delle famiglie con mutazione per cui ha una bassa penetranza.
Questa nuova mutazione germline identificata è in grado di spiegare solo una piccola fetta delle neoplasie mieloproliferative familiari (circa il 5%). (Vai all'abstract collegamento esterno)



Gennaio 2016: La proteina P-selectina è implicata nella emopoiesi splenica in un modello animale di mielofibrosi

La splenomegalia che si riscontra nei pazienti con mielofibrosi è principalmente dovuta allo sviluppo di aree di emopoiesi patologica, caratterizzate dalla presenza di un elevato numero di progenitori emopoietici e di megacariociti; da questi ultimi derivano le piastrine e si ritiene che, specialmente nel midollo osseo, essi abbiano un ruolo fondamentale nello sviluppo della malattia. In questo lavoro, sono stati indagati i rapporti fra una proteina chiamata P-selectina, espressa proprio dai megacariociti, ed il decorso della mielofibrosi in un modello animale della malattia indotto geneticamente. Gli animali con mielofibrosi in cui la P-selectina era stata soppressa vivevano più a lungo, sviluppavano splenomegalie più moderate e mostravano una ridotta fibrosi midollare rispetto a quelli che esprimevano la proteina. Inoltre, rispetto a questi ultimi, gli animali in cui P-selectina era stata soppressa producevano meno TGF-beta, una proteina importante per la regolazione della proliferazione cellulare e per la genesi della fibrosi. Infine, i rapporti spaziali e funzionali fra megacariociti ed altre cellule che caratterizzano l'emopoiesi splenica patologica quali i granulociti neutrofili, i fibrociti e le cellule progenitrici emopoietiche risultavano normalizzati rispetto alle milze dei topi con mielofibrosi che esprimevano la P-selectina. Nel loro insieme queste osservazioni, mentre confermano il ruolo centrale dei megacariociti nella patogenesi della mielofibrosi, individuano nella P-selectina una delle proteine responsabili delle anormali interazioni fra queste cellule ed il resto del micro-ambiente emopoietico della milza che è tipicamente alterato nei pazienti con mielofibrosi. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Gennaio 2016: Una parte di pazienti "tripli negativi" presenta mutazioni di JAK2 o di MPL in seguito ad un approfondito sequenziamento

La recente scoperta delle mutazioni del gene CALR, seguita a quelle precedenti di JAK-2 ed MPL, ha permesso di estendere a circa il 90% dei pazienti con mielofibrosi o trombocitemia essenziale, il riscontro di una di queste mutazioni, facilitando la diagnosi e permettendo una più precisa stratificazione prognostica di questi pazienti. Al contempo, il 10% circa dei pazienti con mielofibrosi o trombocitemia essenziale non presentando nessuna mutazione di questi 3 geni è stato definito “triplo negativo”. In questo importante studio, è stato inizialmente analizzato il DNA di 8 pazienti tripli negativi mediante un approccio di sequenziamento estensivo che ha permesso di individuare in 3 di essi delle mutazioni a carico dei geni MPL e JAK-2. I ricercatori hanno poi analizzato mediante sequenziamento Sanger il DNA codificante dei geni MPL e JAK2 di ulteriori 62 e 49 pazienti tripli negativi identificando 4 nuove mutazioni somatiche ed 1 germinale, a carico di MPL, nonché mutazioni del gene JAK2 in 5 su 57 pazienti. Tutte queste mutazioni erano funzionalmente simili a quelle già note di questi geni, cioè erano in grado di attivare segnali proliferativi nelle cellule in cui erano presenti. Questo studio dimostra che a) una ricerca approfondita può identificare mutazioni di JAK2 ed MPL in una parte di pazienti tripli negativi e b) che i pazienti “tripli negativi” non rappresentano una popolazione omogenea di malati e pertanto devono essere utilizzati come categoria prognostica con cautela. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Dicembre 2015: Un modello murino aiuta a scoprire il meccanismo patogenetico delle mutazioni del gene CALR

Ad oggi, mutazioni ricorrenti in tre geni sono state identificate come driver nell’ambito delle MPN Ph- classiche. I primi due geni ad essere identificati (JAK2 e MPL), quando colpiti da mutazione, agiscono attraverso un’attivazione costitutiva dell’asse di segnalazione JAK/STAT. Più di recente, poi, sono state identificate mutazioni ricorrenti a carico di un terzo gene, CALR, codificante per una proteina coinvolta nella maturazione e nel corretto ripiegamento delle proteine di nuova sintesi e nella regolazione dei livelli intracellulari di calcio. Non era stato, tuttavia, del tutto elucidato ad oggi come queste mutazioni potessero esplicare la loro azione patogenetica all’interno della cellula emopoietica. Gli Autori di questo studio hanno condotto alcuni esperimenti utilizzando un modello murino, grazie al quale è stato possibile confermare che l’espressione delle mutazioni di CALR più frequenti (CALRdel52, o mutazione tipo 1, e CALRins5, o mutazione tipo 2) a livello delle cellule staminali e progenitrici emopoietiche sia sufficiente per lo sviluppo di una malattia simile alla Trombocitemia Essenziale, con piastrinosi ed iperplasia megacariocitaria midollare. Le malattie causate dalla due mutazioni sono risultate differenti per quanto concerne la conta piastrinica (più alta per la mutazione tipo 1) e per l’evolutività, con netto incremento dell’evoluzione in senso mielofibrotico per i casi con mutazione tipo 1. Analisi più approfondite hanno mostrato come la mutazione di tipo 1 determini un’espansione dell’emopoiesi a livelli più precoci rispetto ai casi di tipo 2, pur essendo entrambe capaci di determinare un ampliamento del compartimento megacariocitario e un incremento della produzione piastrinica. Gli Autori hanno, poi, condotto un’ulteriore serie di esperimenti su linee cellulari e hanno dimostrato che entrambe le mutazioni di CALR attivano in maniera specifica il recettore della Trombopoietina (MPL), determinando, come conseguenza, un’attivazione costitutiva della via JAK/STAT; l’espressione di MPL si è rivelata, poi, essere fondamentale per lo sviluppo del fenotipo mieloproliferativo in vivo. Tutte le suddette osservazioni sostengono, dunque, l’ipotesi che anche le mutazioni a carico del gene CALR esercitino il loro ruolo patogenetico attraverso un’attivazione diretta della medesima via intracellulare, fornendo anche una base razionale per la risposta clinica ai farmaci JAK2-inibitori dimostrata dai pazienti affetti da MPN Ph- che presentano tali mutazioni. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Dicembre 2015: L’Aurora Kinasi A come nuovo possibile target terapeutico nella mielofibrosi

Sono molto le evidenze sperimentali che vedono i megacariociti patologici, che in corso di mielofibrosi si rilevano a livello splenico e midollare, coinvolti nella trasformazione in senso fibrotico del midollo, principalmente mediante rilascio di citochine, fra le quali spicca il TGF-beta. Le Aurora Kinasi sono una famiglia costituita da tre proteine coinvolte nella regolazione di numerosi passaggi chiave del processo mitotico; in particolare l’Aurora Kinasi A (AURKA) controlla le fasi più precoci della divisione cellulare e partecipa all’assemblaggio delle strutture necessarie per una corretta segregazione cromosomica. Un incremento di espressione di queste kinasi si registra in molti tipi di tumore, e la loro inibizione farmacologica ai fini terapeutici è oggetto di intensa ricerca. In questo studio gli Autori hanno evidenziato come i livelli proteici e l’attività di AURKA siano effettivamente aumentati, rispetto ai controlli sani, nei precursori emopoietici e nelle cellule mononucleate circolanti, prelevati da pazienti affetti da MPN Ph-; è verosimile che tale aumento sia esso stesso secondario alla nota iperattività della via JAK/STAT. Gli Autori hanno, quindi, appurato sperimentalmente come il trattamento con un inibitore di AURKA (MLN8237) sia stato in grado di favorire la differenziazione e la maturazione megacariocitaria, inibendo inoltre la crescita cellulare. Utilizzando, poi, due modelli murini, sono stati testati in vivo gli effetti della terapia con due diverse molecole ad azione inibitoria su AURKA: sono stati registrati effetti positivi sulle conte emocromocitometriche, riduzione del peso di fegato e milza, riduzione del burden di malattia (misurato in termini di ampiezza della popolazione GFP+), decremento della quantità di megacariociti midollari e splenici, con ripristino dei segni biochimici e morfologici di maturazione cellulare, e, non ultimi, sensibile riduzione dei livelli di TGF-beta e notevole miglioramento della fibrosi sia a livello midollare, sia a carico della milza. Sulla base di questi risultati positivi, gli Autori hanno testato in vivo, sempre grazie a modelli murini, anche una terapia di combinazione con Ruxolitinib (attivo sulla via JAK/STAT) ed un inibitore di AUKRA, con l’obiettivo di colpire due vie cellulari potenzialmente implicate nella patogenesi e nel mantenimento delle MPN, e con l’auspicio di una possibile sinergia, sulla scorta dei dati raccolti sulle linee cellulari esposte contestualmente alla coppia di farmaci: la terapia di combinazione ha permesso di replicare i risultati positivi descritti in precedenza, utilizzando dosi ridotte di entrambi i farmaci, con le implicazioni positive per il profilo di tossicità che questo comporta. Questi dati, presi nel loro complesso, nonostante siano ancora preliminari, gettano luce su una possibile, nuova via da percorrere per quando concerne la conoscenza della biologia delle MPN e, allo stesso tempo, per il disegno di nuove strategie terapeutiche, anche di combinazione. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Luglio 2013: L'efficacia dell'interferone alfa nel trattamento della policitemia vera e della trombocitemia essenziale dipende dalle mutazioni somatiche aggiuntive al di fuori della via JAK-STAT

L'articolo del mese di giugno era focalizzato sull'efficacia dell'interferone alfa nel sopprimere le cellule staminali emopoietiche portatrici della mutazione JAK2 (V617F) in un modello murino di policitemia vera. Da studi recenti si sa che i pazienti con disordini mieloproliferativi possono presentare mutazioni somatiche aggiuntive a JAK2 (V617F), quali mutazioni dei geni TET2, ASXL1, EZH2, DMT3A e IDH1/IDH2. Un gruppo di ricercatori americani ha studiato 43 pazienti affetti da policitemia vera e 40 pazienti affetti da trombocitemia essenziale che erano stati arruolati in uno studio di fase II sull'impiego dell'interferone alfa peghilato [Quintás-Cardama et al. Pegylated interferon alfa-2a yields high rates of hematologic and molecular response in patients with advanced essential thrombocythemia and polycythemia vera. J Clin Oncol. 2009 Nov 10;27(32):5418-24]. Circa il 75% di questi pazienti aveva ottenuto un risposta ematologica completa, e circa la metà aveva ottenuto una risposta molecolare al trattamento. Il sequenziamento dei geni TET2, ASXL1, EZH2, DMT3A e IDH1/IDH2 ha dimostrato che le mutazioni somatiche aggiuntive sono rilevanti per la risposta al trattamento. Infatti, i pazienti che non raggiungevano la remissione molecolare avevano una maggiore incidenza di mutazioni somatiche al di fuori della via JAK-STAT, e avevano maggiori probabilità di acquisire nuove mutazioni durante la terapia. La risposta all'interferone alfa delle malattie mieloproliferative è quindi condizionata dalla presenza di mutazioni somatiche aggiuntive interessanti i geni TET2, ASXL1, EZH2, DMT3A o IDH1/IDH2. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Giugno 2013: Efficacia dell'interferone alfa nel sopprimere le cellule staminali emopoietiche portatrici della mutazione JAK2 (V617F) in un modello murino di policitemia vera

L'interferone alfa è un farmaco potenzialmente molto efficace nel trattamento della policitemia vera. Nei trial clinici condotti finora, l'interferone alfa si è dimostrato in grado non solo di indurre la remissione ematologica della malattia, anche di ridurre significativamente la percentuale di cellule ematiche positive per la mutazione JAK2 (V617F). Il dato più interessante è costituito dal fatto che alcuni pazienti hanno ottenuto una remissione molecolare completa. Il trattamento con interferone può tuttavia comportare effetti collaterali: per questo motivo sono in corso nuovi trial clinici che valutano l'interferon alfa peghilato, trial ai quali partecipano le unità cliniche del progetto AGIMM. Per capire meglio il meccanismo d'azione dell'interferone alfa nella policitemia vera, un gruppo di ricercatori di Boston, USA, e di Brisbane, Australia, ne hanno studiato l'effetto in un modello murino di policitemia vera. Queste ricerche hanno consentito di dimostrare che l'interferone alfa è in grado di sopprimere le cellule staminali emopoietiche più immature che portano la mutazione JAK2 (V617F) e sostengono l'emopoiesi clonale della policitemia vera. Questo spiega perché il farmaco è in grado di dare una remissione molecolare della malattia: sopprime infatti le cellule che ne sono responsabili. Questo studio pone le basi per futuri trial clinici basati sull'impiego dell'interferone alfa e di farmaci anti-JAK2 nel trattamento della policitemia vera. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Maggio 2013: La differente localizzazione subcellulare del fattore di trascrizione NF-E2 nelle cellule eritroidi discrimina fra mielofibrosi prefibrotica primaria e trombocitemia essenziale

La diagnosi differenziale fra trombocitemia essenziale e mielofibrosi pre-fibrotica, non è sempre facile ed in diversi casi viene riportata una discordanza di pareri da un patologo all'altro. Essa si basa fondamentalmente sul riconoscimento di alcuni aspetti morfologici della biopsia ossea che tuttavia si prestano ad interpretazioni ambigue, per cui può accadere che lo stesso vetrino di biopsia ossea venga riconosciuto da un patologo come "trombocitemia essenziale" e da un altro come "mielofibrosi prefibrotica". Questo è un punto rilevante, dal momento che le due malattie hanno un decorso ed una prognosi diversi. E’ stato in passato dimostrato che il fattore di trascrizione NF-E2 è maggiormente espresso nelle cellule emopoietiche dei pazienti con malattie mieloproliferative croniche rispetto ai soggetti sani. I fattori di trascrizione sono proteine in grado di regolare l'espressione genica e di conseguenza la sintesi di altre proteine, svolgendo così un compito rilevante nel corretto funzionamento di una cellula. Nell'articolo di questo mese, un gruppo di ricercatori tedesco guidato da Heike Pahl ha dimostrato, mediante colorazione immunoistochimica di preparati di biopsie osteo-midollari, che lo stesso fattore di trascrizione NF-E2 è diversamente localizzato a livello subcellulare negli eritroblasti dei pazienti affetti da trombocitemia essenziale rispetto a quelli affetti da mielofibrosi prefibrotica. L'elevato grado di significatività statistica e di concordanza fra diversi osservatori indipendenti nell'associare un tipo di localizzazione alla malattia corrispondente suggeriscono di utilizzare la localizzzione di NF-E2 come un criterio diagnostico affidabile per la diagnosi differenziale fra trombocitemia essenziale e mielofibrosi, con importanti conseguenze per il paziente, sia dal punto di vista prognostico che terapeutico. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Aprile 2013: Studio di fase II di Givinostat in associazione a idrossiurea in pazienti con policitemia vera che non rispondevano a idrossiurea in monoterapia

Givinostat è un farmaco inibitore delle deacetilasi istoniche che ha dimostrato una attività nell'inibire la proliferazione delle cellule JAK2 V617F mutate ed anche una efficacia clinica e una buona tollerabilità in pazienti con neoplasie mieloproliferative croniche. In questo studio multicentrico, in aperto di fase II, 44 pazienti con policitemia vera che non avevano ottenuto una buona risposta con idrossiurea, sono stati trattati con Givinostat (50 o 100 mg/die) in associazione con la massima dose tollerata di idrossiurea. Una risposta parziale o completa è stata osservata in circa il 50% dei pazienti dopo 12 settimane di terapia, e il controllo del prurito in circa il 65%. La combinazione di questi due farmaci è stata ben tollerata. Eventi avversi correlati al farmaco sono stati un aumento del potassio nel sangue, senza rilevanza clinica, una riduzione delle piastrine e una aritmia cardiaca (tutti grado 2), anemia grado 3 e disturbi gastrointestinali di grado inferiore a 3. Il beneficio clinico più rilevante è stata la riduzione del prurito, oltre al controllo dei valori ematici. Givinostat ha invece mostrato una scarsa efficacia sulla riduzione della splenomegalia, suggerendo che agisca con un meccanismo d'azione diverso rispetto ai farmaci JAK2 inibitori. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Marzo 2013: Sicurezza ed efficacia dell’inibitore di JAK1 e JAK2 CYT387 nella mielofibrosi

Le caratteristiche cliniche principali della mielofibrosi comprendono anemia progressiva e/o splenomegalia, frequentemente associata a debilitanti sintomi costituzionali (stanchezza, sudorazione notturna, dolori ossei, prurito e tosse) e perdita di peso. L'argomento di questo lavoro è la fase di aumento della dose effettuata in un singolo centro (Mayo Clinic) della sperimentazione clinica del farmaco CYT387, un potente JAK-1/2 inibitore, con lo scopo di determinarne la sicurezza e la tollerabilità e di individuare una dose terapeutica per la fase di conferma. CYT387 è ben tollerato e produce una significativa risposta su anemia, splenomegalia e sui sintomi nei pazienti con mielofibrosi. Tra i 33 pazienti che effettuavano trasfusioni di globuli rossi nel mese prima dell'ingresso nello studio, il 70% ha raggiunto un periodo minimo di 12 settimane senza trasfusioni (range da 4,7 a >18,3 mesi). La maggior parte dei pazienti hanno avuto un miglioramento dei sintomi costituzionali. Le reazioni avverse di grado 3/4 includevano trombocitopenia (32%), iperlipasemia (5%), elevati valori di transaminasi epatiche (3%) e cefalea (3%). Una neuropatia periferica correlata al trattamento di nuova insorgenza è stata osservata nel 22% dei pazienti. Una fase dello studio multicentrica, per la conferma della dose, che ha arruolato ulteriori 106 pazienti, è stata successivamente avviata alla massima dose tollerata o al dosaggio inferiore di CYT387; l'analisi di questi dati è in corso. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Febbraio 2013: Effetto della terapia con Ruxolitinib sui sintomi correlati alla Mielofibrosi e altre autovalutazioni dei pazienti nel protocollo COMFORT-I: uno studio randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo

Il COMFORT-I (Controlled Myelofibrosis Study With Oral JAK Inhibitor Treatment–I) è uno studio di fase III, in doppio cieco, randomizzato fra Ruxolitinib e placebo, condotto negli Stati Uniti in pazienti con mielofibrosi di grado intermedio-II e alto. L'obiettivo primario dello studio era la riduzione statisticamente significativa delle dimensioni della milza nel gruppo di pazienti trattati con il farmaco; tale obiettivo è stato raggiunto e i risultati sono già stati pubblicati. Gli obiettivi secondari includevano le modifiche dei sintomi della malattia, per la cui valutazione sono stati utilizzati diversi questionari: MFSAF (form di valutazione dei sintomi della mielofibrosi) versione 2.0, EORTC QLQ-C30 (questionario per la qualità di vita dell’Organizzazione Europea per la ricerca e il trattamento del cancro), PROMIS (sistema di misurazione delle informazioni riportate dai pazienti per la stanchezza- "fatigue"), PGIC (impressione globale di cambiamento del paziente). Dopo almeno 24 settimane di terapia, il 45.9% dei pazienti che assumevano Ruxolitinib aveva ottenuto una riduzione di almeno il 50% dei sintomi valutati con l’MFSAF, contro il 5.3% dei pazienti in placebo. Un peggioramento dei sintomi si è avuto nel 3.9% dei casi nel braccio trattato con ruxolitinib contro il 33.0% di quelli che assumevano placebo. Anche gli altri questionari utilizzati hanno dimostrato un soggettivo miglioramento nei pazienti trattati con il farmaco rispetto al placebo, in linea con i risultati del MFSAF. Il questionario MFSAF si conferma pertanto, come già dimostrato in altri studi, quello più utile nei pazienti con mielofibrosi. Da sottolineare inoltre che un miglioramento dei sintomi è stato riportato anche nei casi trattati con il farmaco che non hanno ottenuto una risposta ottimale sulla riduzione della milza. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Gennaio 2013: Sbilanciamento dell'espressione allelica della mutazione JAK2 V617F nelle malattie mieloproliferative BCR-ABL negative

Le Malattie Mieloproliferative Croniche (MPNs) sono un gruppo di patologie caratterizzate dell’espansione clonale della cellula staminale emopoietica classificate come Policitemia Vera, Trombocitemia Essenziale (TE) e Mielofibrosi (MF) in base al loro differente fenotipo clinico e citomorfologico. L’identificazione della mutazione V617F del gene JAK2 in queste patologie ha permesso di avere delle informazioni sulla loro patogenesi oltre che di avere uno strumento utile per la definizione della diagnosi. Ad oggi, nonostante parecchi studi abbiano fornito delle ipotesi sull’argomento, non è però chiaro come una singola mutazione possa essere causa di tre fenotipi patologici differenti. Gli autori di questo lavoro hanno ipotizzato che il diverso fenotipo sia dovuto ad una differenza di espressione a livello di RNA messaggero tra l'allele mutato e l'allele normale. Tale fenomeno viene chiamato sbilanciamento dell'espressione allelica ed è causato o dalla presenza di polimorfismi genetici o da meccanismi epigenetici capaci di attivare l'espressione di un particolare allele in modo preferenziale rispetto all'altro. In questo studio i ricercatori hanno dimostrato che l'allele mutato viene espresso ad un livello di 3 volte superiore rispetto a quello wild-type in campioni provenienti da pazienti affetti da TE e di 2 volte superiore in quelli ottenuti da pazienti affetti da PV. Non si sono osservate differenze statisticamente significative nei campioni prelevati da pazienti con MF, sebbene il numero dei campioni valutati sia da aumentare per potere validare questo dato. Inoltre, i risultati ottenuti in questo studio suggeriscono la possibilità che nei pazienti in cui l'allele mutato è presente in omozigosi lo sbilanciamento allelico potrebbe non avvenire. Pertanto, i dati ottenuti in questo studio evidenziano che il meccanismo dello sbilanciamento allelico potrebbe contribuire alla differente manifestazione fenotipica delle diverse MPNs. (Vai all'abstract collegamento esterno Articolo - 340 kB )



Dicembre 2012: Modello prognostico per predire la trombosi in 891 trombocitemie essenziali secondo criteri WHO alla diagnosi (IPSET-trombosi)

I criteri diagnostici della trombocitemia essenziale (TE) sono stati recentemente rivisti nell'ambito della classificazione WHO. Tuttavia, tra i pazienti affetti da TE il rischio di trombosi può variare e deve essere stabilito al momento della diagnosi. A questo scopo, è stato sviluppato un nuovo modello prognostico per la trombosi detto IPSET-trombosi (International Prognostic Score for ET-trombosi) in grado di fornire un valore prognostico in base ad alcuni fattori di rischio presenti alla diagnosi. In particolare l'età oltre i 60 anni, la precedente storia di trombosi, i fattori di rischio cardiovascolari (ipertensione arteriosa, diabete o fumo) e la presenza della mutazione V617F di JAK2 hanno un impatto significativo sul rischio trombotico. Il modello IPSET-trombosi è stato sviluppato e validato in una coorte di 891 pazienti con diagnosi di ET secondo i recenti criteri WHO. È stato dato un punteggio a ciascun fattore di rischio: 1 all'età >60 anni e ai fattori di rischio cardiovascolari e 2 agli eventi trombotici pregressi e alla mutazione V617F di JAK2. Su questo punteggio totale si sono calcolate diverse categorie di rischio trombotico: per la categoria a basso rischio (punteggio totale 0-1) la probabilità di sviluppare una trombosi è stata di 1% pazienti all’anno, per i pazienti nella categoria intermedia (score 2) di 2,3% pazienti all’anno e per la categoria ad alto rischio (score 3 o più) la probabilità è aumentata fino a 3,5% pazienti all’anno. In conclusione, il modello IPSET-trombosi è uno strumento aggiornato ed efficiente per predire il rischio trombotico nei pazienti affetti da trombocitemia essenziale alla diagnosi. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Novembre 2012: L'inibitore di Flt3 AC220 è un trattamento efficace in un modello mieloproliferativo di topo determinato da un'aumentata trasduzione del segnale di Flt3 wild-type

Il recettore tirosin chinasico Flt3 è espresso ad alti livelli nella maggior parte delle leucemie mieloidi e linfoblastiche ed è stato considerato per anni un potenziale bersaglio per composti che ne inibissero l'attività chinasica.
In questo studio, utilizzando un topo con una mutazione del gene c-Cbl nel dominio RING finger come modello di patologia mieloproliferativa, viene dimostrato come tale malattia dipendente da un'aumentata trasduzione del segnale wild-type di Flt3, possa essere trattata efficacemente con AC220 (conosciuto anche come quizartinib), un potente inibitore di Flt3, altamente selettivo e con eccellenti proprietà farmacocinetiche, al contrario di altri inibitori usati in precedenza. Questo modello di topo mostra una popolazione ampliata di progenitori multipotenti. La somministrazione giornaliera di AC220 determina una riduzione marcata nell'espressione di Flt3, induce la quiescenza dei progenitori e una loro significativa diminuzione entro i primi quattro giorni di trattamento, seguita da una rapida ripresa della proliferazione, parallela all'induzione del ligando di Flt3, la quale previene l'ulteriore perdita di progenitori. L'attività di questo ligando crea una forza che si oppone all'azione di AC220 determinando l'instaurarsi di un ambiente che permette ai progenitori Flt3 positivi di ciclare ad una velocità simile a quella dei topi trattati con un placebo.
I dati indicano che i pazienti con mutazioni c-Cbl e similmente quelli con una aumentata trasduzione del segnale di Flt3 wild-type potrebbero rispondere bene ad AC220 permettendo loro un tempo di remissione sufficiente per un trapianto di cellule staminali. Monitorare la produzione del ligando di Flt3 in studi clinici potrebbe fornire una indicazione della risposta dei pazienti agli inibitori di Flt3 e guidare nella somministrazione di farmaci citotossici nella finestra di tempo in cui le cellule sono più sensibili. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Ottobre 2012: La mutazione R132H di IDH1 provoca un incremento dei progenitori ematopoietici e altera l'assetto epigenetico nei topi

Le mutazioni di IDH1 e IDH2, geni codificanti per enzimi Isocitrato deidrogenasi, sono frequentemente riscontrate in gliobastomi umani e in leucemie mieloidi acute (AML) citogeneticamente normali. Questi enzimi catalizzano la conversione dell'isocitrato ad a-ketoglutarato (aKG) in maniera dipendente da NADP+. Le mutazioni che colpiscono gli enzimi IDH1 e IDH2 sono mutazioni "gain-of-function", ovvero determinano un'acquisizione di funzione e guidano la sintesi dell'oncometabolita R-2-idrossiglutarato (2HG). I campioni tumorali che presentano queste mutazioni, infatti, hanno i livelli di 2HG circa 100 volte maggiori rispetto ai controlli. 2HG inibisce in modo competitivo le metilcitosina diossigenasi Tet (Tet2), le quali regolano la metilazione del DNA, così come gli enzimi istone demetilasi che contengono il dominio JmjC. Di conseguenza, le cellule umane di AML con mutazione di IDH1/IDH2 mostrano una globale ipermetilazione del DNA. Rimane comunque non chiaro come queste mutazioni modifichino lo sviluppo delle cellule mieloidi e promuovano la leucemogenesi. In questo studio gli autori riportano il fenotipo di topi che esprimono IDH1 mutato (R132H) nel sistema ematopoietico. Questi topi sviluppano un fenotipo ematologico anormale, inclusi anemia, splenomegalia ed ematopoiesi extramidollare. Questi topi sono caratterizzati da un'espansione dei progenitori ematopoietici, incluso un incrementato numero di cellule staminali ematopoietiche (HSC) e di progenitori più differenziati. Gli autori hanno riscontrato che le HSC dei topi con la mutazione di IDH1 presentano un aumento significativo della metilazione a livello dei siti CpG, paragonate alle cellule di controllo, in particolar modo a livello delle regioni promotrici e intrageniche. Inoltre, le cellule mieloidi di questi topi mutati presentano anche ipermetilazione degli istoni e cambiamenti nella metilazione del DNA, paragonabili a quelli osservabili nelle cellule umane di AML mutate in IDH1 e IDH2. Queste scoperte dimostrano che le mutazioni di IDH1 e IDH2 contribuiscono alla trasformazione delle cellule nel sistema ematopoietico e approfondiscono la nostra comprensione del legame tra queste mutazioni e la leucemogenesi.
Per di più, lo sviluppo di questo modello fornisce una strada per la sperimentazione pre-clinica di inibitori di IDH1 e IDH2, in modo tale da capire se questo approccio possa rappresentare una potenziale terapia per il sottogruppo di pazienti portatori di mutazioni IDH. (Vai all'abstract collegamento esterno Articolo - 800 kB )



Settembre 2012: Individuate regioni critiche di JAK2 implicate nella resistenza ai farmaci inibitori della sua attività tirosin-chinasica

La resistenza ai farmaci è ad oggi una delle più grandi sfide nel trattamento delle leucemie mieloidi croniche (CML). Studi clinici evidenziano infatti come farmaci inibitori delle mutazioni BCR-ABL possano indurre una forte pressione selettiva sul clone colpito e causare una ricaduta della patologia nei pazienti. Le predizioni fatte in laboratorio (in vitro) di mutazioni BCL-ABL resistenti ai farmaci oggi utilizzati hanno permesso di migliorare notevolmente l'ideazione di nuovi inibitori chinasici di seconda e terza generazione.
L'obiettivo di questo studio quindi è quello, analogamente a quanto fatto per BCL-ABL, di identificare nuove mutazioni nella chinasi JAK2 che possano conferire resistenza agli inibitori che oggi vengono prescritti ai pazienti affetti da patologie mieloproliferative (MPNs), al fine di prevenire una ricaduta della patologia visibile a livello clinico. Tramite un nuovo approccio biotecnologico sono stati generati in laboratorio diversi alleli JAK2 mutati e successivamente analizzati in termini di capacità di crescita, di stimolazione di pathways a valle e di fosforilazione di nuovi target in presenza dell’inibitore (CEP-701 e TG101348). I mutanti resistenti ad alte dosi di inibitore sono stati individuati nel dominio chinasico di JAK2 e sono in grado di attivare i pathways molecolari di Stat5, Erk1/2 e Akt. Alcune di queste mutazioni sono state ritrovate anche analizzando un pannello di alleli JAK2-V617F (la tipica mutazione associata alle MPNs), validando così l'iniziale screening su JAK2 wild type. In particolare i cambi aminoacidici G935R, R975G e N909K conferiscono forte attività chinasica alla molecola JAK2 anche in presenza di una concentrazione dell'inibitore farmacologico 200 volte superiore a quella che normalmente ha effetto sulla molecola JAK2 wild-type. Il motivo di questa forte resistenza si individua nella diversa conformazione strutturale che le mutazioni conferiscono a JAK2, poichè esse vanno ad alterare il sito di legame per il farmaco, con conseguente riduzione nella sua efficacia. Questi risultati dimostrano quindi come anche gli inibitori farmacologici di JAK2 (principalmente small-molecules) possano indurre il sorgere di mutanti resistenti e che di conseguenza i farmaci di nuova generazione contro le malattie mieloproliferative debbano essere assolutamente formulati tenendo conto della presenza e localizzazione di questi mutanti che potrebbero insorgere e ridurre l'efficacia del farmaco stesso. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Agosto 2012: Il mir-433 espresso in modo aberrante nelle patologie mieloproliferative sopprime la crescita e il differenziamento delle cellule ematopoietiche

Nonostante la mutazione V617F nella tirosina chinasi JAK2 sia il più frequente segno distintivo delle patologie mieloproliferative (MPN), diversi studi hanno dimostrato che questa mutazione non rappresenta l'evento iniziale nello sviluppo di MPN. Altre importanti alterazioni cellulari, quali le modificazioni strutturali della cromatina e la deregolazione dei microRNA (miRNA), hanno infatti un ruolo chiave nella patogenesi delle malattie mieloproliferative. In particolare i miRNA, brevi sequenze di RNA non codificante, possono influenzare l'espressione di un numero elevatissimo di geni target e la loro deregolazione è stata identificata come caratteristica comune a diversi tipi di cancro, dai tumori solidi a quelli ematopoietici.
In questo articolo, pubblicato recentemente sulla rivista scientifica "Leukemia", sono stati analizzati i livelli di espressione dei miRNA nelle cellule progenitrici ematopoietiche CD34+ di pazienti MPN. Su 667 miRNA analizzati, 61 risultano significativamente espressi in modo diverso nelle cellule CD34+ dei pazienti rispetto ai granulociti di altri pazienti MPN ed a cellule CD34+ di controlli sani. Tra questi, è stato identificato un gruppo di miRNA che ha una funzione indipendente rispetto alla via di segnalazione di JAK2, probabilmente deregolato a causa dell'aumentata attività ematopoietica nei pazienti o dovuta ad altre mutazioni che contribuiscono allo sviluppo del fenotipo mieloproliferativo.
In particolare, il miR-433, fortemente aumentato nelle cellule CD34+ di pazienti MPN, sembra avere un effetto molto importante sulle cellule ematopoietiche, in quanto è in grado di inibirne la proliferazione e il differenziamento. L'effetto di miR-433 si traduce in una minor espressione dei suoi geni target, tra cui GBP2, una nuova proteina la cui funzione, ancora poco nota, sembra comunque essere implicata nel processo di eritropoiesi. In definitiva, questo articolo mette in luce un nuovo meccanismo patologico nello sviluppo di MPN, che coinvolge l'espressione aberrante di molteplici miRNAs, tra cui il miR-433, direttamente implicato nelle vie di segnalazione delle cellule ematopoietiche CD34+ e la cui deregolazione può essere una delle cause, ad oggi ancora non conosciute e sicuramente da indagare in modo più approfondito, dello sviluppo di patologie mieloproliferative. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Luglio 2012: Caratteristiche della malattia e prognosi in giovani adulti con trombocitemia essenziale rispetto a mielofibrosi prefibrotica

La trombocitemia essenziale (TE) è generalmente un malattia che esordisce nella popolazione tra i 55 e i 65 anni. Ad oggi ci sono pochi dati riguardanti le caratteristiche cliniche e la prognosi dei pazienti affetti da TE o da mielofibrosi primaria (PMF) in fase prefibrotica con trombocitosi con età inferiore a 40 anni (che rappresentano circa il 20% dell’intera popolazione affetta da TE). Nel presente studio sono state valutate sia le caratteristiche cliniche che l'aspetto prognostico di 213 pazienti affetti da TE di cui 178 classificati come TE secondo la classificazione WHO e 35 come PMF prefibrotiche. I pazienti sono stati seguiti per un periodo medio di 7.5 anni. I valori di piastrine sono risultati più elevati nei pazienti affetti da PMF prefibrotica. Questi pazienti mostravano anche un più basso valore di emoglobina, una conta di globuli bianchi più elevata e un valore di lattato deidrogenasi (LDH) maggiore rispetto ai pazienti affetti da TE. Nei pazienti affetti da PMF prefibrotica rispetto ai pazienti affetti da TE si è osservata una tendenza verso un numero maggiore di eventi trombotici soprattutto arteriosi. La progressione verso una franca mielofibrosi è stata osservata più frequentemente nei pazienti affetti da PMF (9%) rispetto ai pazienti con TE (3%). Non si sono osservati casi di trasformazione in leucemia acuta. Gli episodi emorragici sono risultati lievemente maggiori nei paziento affetti da PMF prefibrotica rispetto ai pazienti con TE sebbene da un punto di vista statistico questa differenza non appariva significativa. Considerando tutte insieme queste complicazioni, ovvero eventi trombotici, emorragici e trasformazione in mielofibrosi, si sono osservate più frequentemente nelle PMF rispetto alle TE (3.43% vs 1.29% dei pazienti/anno) Questo valore è statisticamente significativo (p=.01). Un'analisi multivariata ha anche permesso di stabilire che la presenza della mutazione di JAK2V617F è un fattore indipendente che predice la possibilità degli eventi avversi citati. Al contrario, il grado di splenomegalia alla diagnosi, la presenza in anamnesi di eventi trombotici o emorragici, il trattamento con agenti citoriduttivi o con aspirina non ha influenzato questi eventi. In conclusione questo studio identifica un sottogruppo di pazienti giovani con PMF in stadio prefibrotico con un maggior rischio di sviluppare eventi avversi rispetto ai pazienti affetti da TE. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Giugno 2012: Modello prognostico per predire la sopravvivenza in 867 trombocitemie essenziali secondo criteri WHO alla diagnosi

I criteri diagnostici della trombocitemia essenziale (TE) sono stati recentemente rivisti nell'ambito della classificazione WHO. Tuttavia, tra i pazienti affetti da TE la prognosi può variare e non è facile da stabilire fin dal momento della diagnosi. È stato pertanto sviluppato un nuovo modello prognostico detto IPSET (International Prognostic Score for ET) in grado di fornire un valore prognostico in base ad alcuni fattori di rischio presenti alla diagnosi. In particolare l'età oltre i 60 anni, la conta leucocitaria maggiore di 11x109/L e l'anamnesi positiva per pregressi eventi trombotici hanno un impatto significativo sulla prognosi. Al contrario la presenza di splenomegalia, lo stato mutazionale di JAK2 e i livelli di emoglobina non hanno alcun impatto sulla prognosi. A questo proposito la presenza della mutazione del gene JAK2 è associata a un maggior rischio di sviluppare trombosi arteriose nelle WHO-TE. Tuttavia, analizzando la sopravvivenza non è stata trovata alcuna associazione con lo stato mutazionale di JAK2 sebbene JAK2 V617F rappresenti un importante fattore di rischio per le trombosi. Il modello IPSET è stato validato in una coorte di 867 pazienti. È stato dato un punteggio a ciascun fattore di rischio: 2 all'età e 1 alla conta leucocitaria e agli eventi trombotici pregressi. Su questo punteggio totale si sono calcolate diverse categorie di rischio: Per il rischio intermedio (punteggio totale 1) la sopravvivenza è di 24,5 anni, per i pazienti di alto rischio (score 2 o 3 ) la sopravvivenza è di 13,8 anni. Questo studio conferma l'impatto negativo della conta leucocitaria sulla prognosi. Sebbene il modello IPSET non sia stato disegnato per predire gli eventi trombotici si è mostrato utile in questo senso. Al contrario non sembrerebbe in grado di predire la trasformazione in mielofibrosi. In conclusione il modello IPSET è un facile strumento per predire la prognosi nei pazienti affetti da trombocitemia essenziale alla diagnosi. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Maggio 2012: Una analisi genetica di pazienti con trasformazione leucemica di una neoplasia mieloproliferativa ha evidenziato mutazioni ricorrenti di SRSF2, che si associano ad una prognosi sfavorevole

Le neoplasie mieloproliferative (trombocitemia essenziale, policitemia vera e mielofibrosi primaria) hanno un rischio variabile di evolvere in leucemia mieloide acuta secondaria. Quest'ultima condizione tende ad essere meno responsiva alle cure della leucemia mieloide acuta de novo, e si associa quindi ad una prognosi sfavorevole. Alcuni studi precedenti avevano individuato mutazioni geniche potenzialmente responsabili di evoluzione leucemica. In questo lavoro Verstovsek e collaboratori hanno sequenziato 22 geni candidati in 53 pazienti con neoplasia mieloproliferativa che erano evoluti in leucemia acuta: JAK2, MPL, IDH1, IDH2, FLT3, c-KIT, K/N/H-RAS, U2AF1, SF3B1, SRSF2, GATA2, RUNX1, EZH2, WT-1, DNMT3a, TP53, TET2, ASXL1, PTEN, ZRSR2. Oltre a riscontrare mutazioni somatiche in JAK2 e TET2, come atteso, i ricercatori hanno trovato mutazioni di SRSF2, un gene che codifica per un fattore di splicing dell'RNA messaggero, in circa il 20% dei pazienti. Tale frequenza è significativamente superiore a quella delle mutazioni somatiche di SRSF2 sia nella leucemia acuta de novo sia nella forma secondaria a sindrome mielodisplastica. Nei pazienti con neoplasia mieloproliferativa evoluta in leucemia mieloide acuta secondaria la presenza di mutazioni somatiche di SRSF2 si associava a prognosi sfavorevole. Questa ricerca conferma l'importanza delle mutazioni dello splicing dell'RNA nella patogenesi delle neoplasie mieloidi, ed indica che l'analisi mutazionale di SRSF2 potrebbe essere importante nello studio delle neoplasie mieloproliferative che progrediscono in leucemia secondaria. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Aprile 2012: Efficacia del Vorinostat in un modello murino di policitemia vera

Dal momento che circa i due terzi di tutti i pazienti affetti neoplasie mieloproliferative (trombocitemia essenziale, policitemia vera e mielofibrosi primaria) hanno la mutazione V617F del gene JAK2, negli ultimi anni sono stati sviluppati vari inibitori della chinasi JAK2. L'efficacia di questi farmaci è tuttavia parziale, e molti di essi hanno effetti collaterali non trascurabili. In questo lavoro, Mohi e collaboratori hanno studiato l'effetto del vorinostat, un farmaco inibitore delle iston-deacetilasi, in cellule aventi la mutazione JAK2 (V617F) e in un modello murino di policitemia vera. La prima osservazione interessante era costituita dal fatto che il vorinostat riduceva l'attività proliferativa e induceva l'apoptosi in cellule JAK2 (V617F)-positive. Questi effetti venivano poi confermati sia nel modello murino di policitemia vera sia in progenitori emopoietici di policitemia vera JAK2 (V617F)-positiva. In particolare, il vorinostat normalizzava i valori ematici, faceva regredire la splenomegalia e riduceva il carico mutazionale nel modello murino di malattia. Nel loro complesso queste osservazioni suggeriscono che il vorinostat potrebbe essere valutato in trial clinici nei pazienti con neoplasia mieloproliferativa JAK2 (V617F)-positiva. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Marzo 2012: Risultati di un protocollo con Ruxolitinib in doppio cieco verso placebo per la Mielofibrosi

Il farmaco ruxolitinib è un inibitore selettivo orale dell'attività dei geni JAK-1 e JAK-2. Esso è stato recentemente approvato negli Stati Uniti per il trattamento dei pazienti affetti da mielofibrosi a rischio intermedio ed alto. In studi di fase 1 e 2 condotti in precedenza, ruxolitinib era risultato efficace nel ridurre la splenomegalia e nel ridurre i sintomi associati alla malattia (inclusi la perdita di appetito, la dispnea e la affaticabilità), indipendentemente dallo stato mutazionale del gene JAK-2. Nel fascicolo del New England Journal of Medicine uscito il primo di marzo, Verstovsek e collaboratori riportano i risultati di una studio di fase 3 in cui pazienti con mielofibrosi a rischio intermedio o alto venivano assegnati a caso a ricevere ruxolitinib per bocca due volte al giorno oppure un placebo. L'obbiettivo primario dello studio era la riduzione delle dimensioni della milza di almeno il 35% rispetto ai valori di inizio studio (valutata mediante risonanza magnetica) mentre gli obbiettivi secondari erano la durata della risposta, la modifica dei sintomi associati alla malattia e la sopravvivenza globale. Il quarantuno virgola nove percento dei 155 pazienti che avevano ricevuto il farmaco hanno raggiunto l'obbiettivo primario mentre solo lo 0.7% dei pazienti che avevano ricevuto il placebo ha avuto una riduzione della milza uguale o maggiore del 35%. Tale differenza è risultata statisticamente significativa. La riduzione delle dimensioni della milza è stata poi mantenuta per almeno 48 settimane dal 67% dei pazienti che avevano raggiunto l'obbiettivo primario dello studio. Un miglioramento dei sintomi associati alla malattia è stato ottenuto nel 45.9% dei pazienti trattati col farmaco mentre solamente il 5.3% dei pazienti del gruppo placebo ha mostrato un miglioramento di questi sintomi. Una maggiore probabilità di sopravvivenza globale è stata infine osservata nel gruppo di pazienti trattati col ruxolitinib rispetto al gruppo di pazienti che avevano ricevuto il placebo. Gli eventi avversi più frequenti per i pazienti trattati col farmaco sono stati l'anemia e la piastrinopenia, che tuttavia hanno raramente obbligato gli sperimentatori a sospendere la somministrazione del farmaco. In questo gruppo di pazienti sono state osservate due trasformazioni in leucemia mieloide acuta. Nel loro insieme, questi risultati confermano che il ruxolitinib è un farmaco efficace per il trattamento della mielofibrosi, poiché è in grado di ridurre la splenomegalia e di migliorare i sintomi associati alla malattia. Sembra inoltre che il trattamento sia associato ad una maggiore probabilità di sopravvivenza globale. (Vai all'abstract collegamento esterno)
Nello stesso fascicolo della rivista uno studio di Harrison e collaboratori ha valutato gli effetti della terapia con ruxolitinib in pazienti con mielofibrosi paragonandoli con la miglior terapia alternativa possibile (Ulteriori informazioni collegamento esterno).
Un editoriale di A. Tefferi sull'uso degli inibitori di JAK-1 e -2 per il trattamento delle malattie mieloproliferative croniche Ph negative è pubblicato nello stesso numero della rivista. (Ulteriori informazioni collegamento esterno).



Febbraio 2012: La proteina regolatrice del ciclo cellulare CDC25A è un bersaglio dell'oncogene JAK2V617F

Fin dalla sua scoperta, la mutazione V617F del gene JAK2 ha determinato importanti passi avanti nella comprensione della patogenesi delle neoplasie mieloproliferative croniche. Tuttavia, a dispetto della gran massa di informazioni accumulate negli ultimi anni, molti punti chiave rimangono non chiariti. Ad esempio, è stato oggetto di grande discussione se e come la mutazione V617F di JAK2 possa conferire un vantaggio proliferativo alle cellule nella quale essa avviene.
Nel fascicolo della rivista Blood del 2 febbraio 2012 un gruppo di ricercatori francesi dimostra come la mutazione V617F del gene JAK2 sia in grado di interferire con il ciclo cellulare delle cellule emopoietiche dei pazienti affetti da neoplasie mieloproliferative croniche. Essi concentrano la loro attenzione su una proteina, la fosfatasi CDC25A, che svolge un ruolo chiave nella regolazione del ciclo cellulare non solo permettendo la progressione della cellula dalla fase G1 alla fase S del ciclo stesso ma anche attivando la sintesi del DNA. Usando sia linee cellulari esprimenti la mutazione V617F di JAK2 che cellule primarie ottenute da pazienti affetti da neoplasie mieloproliferative croniche o da topi transgenici per la mutazione, gli autori dimostrano che questa fosfatasi è overespressa in cellule che abbiano la mutazione, che l'attività chinasica di JAK2 è necessaria per l'over espressione di CDC25A, e che quanto più alti sono i livelli di attività della via di segnale del gene JAK2 tanto più alti sono i livelli della proteina CDC25A. Successivamente, gli autori dimostrano in maniera convincente che l'incremento dei livelli di CDC25A è determinato da un aumento dell'attività translazionale del corrispondente mRNA. Tale aumento sarebbe dovuto ad una maggiore persistenza e quindi attività di un fattore di elongazione regolato a sua volta dall'attività di JAK2V617F. L'ultimo e più promettente (per i suoi possibili aspetti applicativi in campo terapeutico) risultato riportato in questo lavoro è la dimostrazione che la inibizione farmacologica della proteina CDC25A determina sia una ridotta capacità clonogenica dei progenitori emopoietici ottenuti da pazienti con neoplasie mieloproliferative croniche sia una netta riduzione della crescita in vitro delle colonie eritroidi indipendenti dall'eritropoietina, che rappresentano una caratteristica patognomonica dei progenitori eritroidi dei pazienti affetti da neoplasie mieloproliferative croniche. Di rilievo è infine l'osservazione che la crescita delle colonie eritroidi dipendenti dall'eritropoietina non è sostanzialmente influenzata dall'inibizione della proteina CDC25A, cosa che suggerisce che l'emopoiesi normale viene risparmiata dagli effetti dell'inibizione di CDC25A.
In conclusione, questo studio ha due importanti conseguenze nel campo delle neoplasie mieloproliferative croniche: 1) definisce un ruolo della mutazione V617F di JAK2 nella regolazione del ciclo cellulare e, di conseguenza, nel controllo del potenziale proliferativo delle cellule mutate, e 2) identifica nella fosfatasi CDC25A un possibile bersaglio per la generazione di nuovi farmaci per la terapia delle NMP. (Vai all'abstract collegamento esterno)
Un commento in Inside Blood collegamento esterno è riferito a questo articolo.



Gennaio 2012: STAT5a/b ha un ruolo essenziale nelle neoplasie mieloproliferative indotte da BCR-ABL1 e JAK2V617F nel topo

Le proteine STAT5a STAT5b (Signal Transducer and Activator of Transcription, trasduttori del segnale e attivatori della trascrizione) sono fattori di trascrizione che, all'interno della cellula, vengono attivati dalle proteine JAK in risposta a numerosi stimoli esterni, fra i quali eritropoietina e trombopoietina. La loro attivazione comporta l'espressione di geni coinvolti nella crescita cellulare, ed è stato dimostrato in numerosi studi precedenti che una aumentata attivazione della via di segnalazione JAK/STAT è presente nelle cellule di pazienti con neoplasie mieloproliferative croniche e leucemie acute. In questo studio, al fine di definire meglio il ruolo di STAT5 nella Leucemia Mieloide Cronica (LMC) e nella Policitemia Vera (PV), sono stati utilizzati dei topi in cui è possibile ridurre o abolire l'espressione di STAT5a/b che sono stati trapiantati con cellule che presentavano rispettivamente il riarrangiamento BCR/ABL, tipico della LMC, o la mutazione JAK2V617F tipica della PV. È stato osservato che la perdita di uno solo dei due alleli di STAT5a/b in topi che presentano il riarrangiamento BCR/ABL porta allo sviluppo di una forma "attenuata" di CML. Al contrario, la totale assenza di STAT5a/b preveniva lo sviluppo della LMC, nonostante che le cellule esprimessero comunque BCR/ABL; di particolare importanza l'osservazione che la mancanza assoluta di STAT5 non preveniva la possibilità che le cellule esprimenti BCR/ABL si trasformassero in cellule leucemiche paragonabili a quelle di una crisi blastica linfoide della LMC stessa. Queste osservazioni suggeriscono che STAT5a/b è necessario per lo sviluppo della LMC, ma non quello della per la crisi blastica linfoide B, ad indicare che le cellule di quest'ultima utilizzano anche vie di trasduzione del segnale diverse, e che l'inibizione di STAT5a/b non è sufficiente per eradicare il clone di cellule BCR/ABL positive.
Nel modello di topo trapiantato con cellule JAK2V617F positive, invece, si ha lo sviluppo di eritrocitosi e leucocitosi, caratteristiche della PV, sia nei topi che esprimono STAT5a/b a livelli normali sia in quelli che esprimono un solo allele. Questi ultimi tuttavia presentano un grado minore di leucocitosi. L'assenza di espressione di STA5a/b invece impedisce lo sviluppo della PV, anche se questi topi presentano caratteristiche istologiche del midollo osseo e della milza suggestive per evoluzione in mielofibrosi. Questi dati quindi indicano che l'assenza di espressione di STAT5a/b previene lo sviluppo della PV ma non la progressione in mielofibrosi, suggerendo che lo sviluppo di quest'ultima coinvolge anche l'attivazione di vie di trasduzione del segnale diverse dalla via JAK/STAT.
Nel complesso, i dati ottenuti da questo studio forniscono un razionale per lo sviluppo di farmaci inibitori di STAT5a/b per il trattamento della LMC e della PV. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Dicembre 2011: Follow up a lungo termine di pazienti con trombosi della vena porta e neoplasia mieloproliferativa

Una neoplasia mieloproliferativa cronica è una delle cause più frequenti di trombosi della vena porta in pazienti non affetti da cirrosi epatica. Lo scopo di questo studio è di descrivere l'andamento della malattia mieloproliferativa nel tempo in questo gruppo di pazienti. Sono stati seguiti 44 pazienti, con un follow up medio di 5.8 anni. L'età mediana alla diagnosi della trombosi era di 48 anni, e il 70% dei pazienti di sesso femminile. Il 52% dei pazienti ha effettuato terapia con anticoagulanti orali, e di questi il 34% per un lungo periodo. Il sanguinamento gastrointestinale è una complicanza frequente, riscontrata nel 39% dei casi, così come un secondo evento trombotico (27%). Il 39% dei pazienti è deceduto, e le cause di morte più frequenti sono state la progressione della malattia mieloproliferativa (47%) e nuove trombosi (18%), mentre nessun paziente è deceduto per emorragia gastrointestinale.
Nel 70%dei casi la trombosi è stata la prima manifestazione clinica della malattia mieloproliferativa, dato che deve sottolineare l'importanza di indagare la presenza di questa patologia nei pazienti che sviluppano una trombosi portale, anche alla luce del dato che vede la mortalità correlata alla malattia mieloproliferativa piuttosto che alle complicanze della trombosi portale stessa. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Novembre 2011: Inattivazione dei componenti del polycomb repressive complex 2 nelle neoplasie mieloproliferative e mielodisplastiche/mieloproliferative

Il polycomb repressive complex 2 (PRC2) è un complesso di proteine con attività metiltransferasica a livello della lisina 27 dell'istone H3 che regola l'espressione di geni coinvolti nello sviluppo. Nelle neoplasie mieloproliferative croniche e in altre neoplasie della serie mieloide sono state descritte mutazioni inattivanti a carico di uno dei suoi componenti, EZH2, che correlano con una cattiva prognosi e che sembrano essere un evento precoce nello sviluppo della malattia. Nell'ipotesi che anche altri componenti di PRC2 siano mutati in queste patologie, in questo lavoro i ricercatori hanno studiato i geni facenti parte di questo complesso, come SUZ12 e EED, e i cofattori RBBP4 e Jarid2. Sono stati studiati 148 casi di neoplasie mielodisplastiche/mieloproliferative più due casi selezionati da una casistica di 151 pazienti con neoplasia mieloproliferativa in base alle alterazioni molecolari che questi presentavano. Sono state riscontrate mutazioni a carico del gene SUZ12 in 4 pazienti (1.4%), di cui 2 con leucemia mielomonocitica cronica (una sindrome mielodisplastica/mieloproliferativa) e due con neoplasia mieloproliferativa cronica e delezione nota a livello della regione contigua a SUZ12, e un solo caso con mutazione di EED. Nessuna mutazione è stata trovata a carico dei geni Jarid2 e RBBP4. Le mutazioni di SUZ12 e EED comportavano una ridotta funzione metiltransferasica del complesso PRC2, e potrebbero quindi avere un ruolo nella patogenesi della malattia. Ulteriori studi saranno tuttavia necessari per determinare se queste mutazioni possano avere un significato nella prognosi o nelle manifestazioni cliniche della malattia. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Ottobre 2011: Prurito nella mielofibrosi primaria: correlazioni cliniche e di laboratorio

Il prurito, tipicamente ma non obbligatoriamente associato alla doccia o al bagno, è un sintomo tipico della policitemia vera, che può essere riscontrato anche nella mielofibrosi primaria (PMF). Il sintomo prurito può essere talmente invalidante da impedire ai pazienti di fare la doccia o rendere difficile il sonno. La patogenesi di questo sintomo è ancora largamente sconosciuta, anche se dalla recente letteratura il prurito nella PMF sembra essere associato alla presenza della mutazione JAK2V617F. Gli autori di questo studio hanno analizzato una casistica di 566 pazienti affetti da PMF, in cui il prurito era presente nel 16% dei casi. In 15 casi il prurito era precedente alla diagnosi di PMF. Il sintomo era significativamente associato alla leucocitosi e all'assenza della mutazione MPLW515, e non presentava alcuna correlazione con la conta piastrinica, il grado di anemia e l'entità della splenomegalia, con il cariotipo, il sistema di classificazione prognostica in classi di rischio DIPSS-plus, l'evoluzione in leucemia acuta, l'età o il sesso. La presenza della mutazione JAK2V617F e i sintomi sistemici erano più frequenti nei pazienti con prurito, ma questa associazione era al limite della significatività statistica. Anche i livelli di numerose citochine sieriche testate sono risultati indipendenti dall'intensità del prurito, ad indicare che probabilmente questo sintomo non riflette direttamente un processo infiammatorio, sebbene appaia associato all'aumento dei globuli bianchi e, ipoteticamente, a sostanze liberate da queste cellule. In breve, però, la natura stessa e i meccanismi del prurito nella PMF, così come nelle altre neoplasie mieloproliferative, rimangono sconosciuti. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Settembre 2011: Le mutazioni a carico del dominio chinasico di JAK2 conferiscono resistenza al trattamento con i nuovi inibitori della mutazione JAK2V617F

Le Neoplasie Mieloproliferative Croniche sono frequentemente associate alla mutazione V617F della tirosin-chinasi JAK2, che determina una over-produzione delle cellule del compartimento mieloide. Diverse molecole capaci di inibire JAK2, tra cui ruxolitinib (INCB018424), sono attualmente in corso di sperimentazione per il trattamento di queste patologie con risultati promettenti. Gli autori di questo lavoro hanno condotto uno studio in vitro per identificare mutazioni aggiuntive a carico della proteina JAK2 mutata per V617F (JAK2V617F) che, conferendo la resistenza all'inibitore di JAK2 ruxolitinib, possono essere potenzialmente rilevanti in campo clinico. Per fare questo, hanno introdotto altre mutazioni nel gene JAK2V617F, e ne hanno poi indotto l'espressione in linee cellulari di derivazione murina in presenza di ruxolitinib. In queste condizioni, se una mutazione conferisce resistenza al farmaco, le cellule proliferano anche in presenza dell'inibitore, altrimenti la crescita cellulare viene inibita. La caratterizzazione delle cellule diventate resistenti a ruxolitinib ha portato all'identificazione di 5 mutazioni puntiformi che impediscono il legame tra JAK2V617F e l'inibitore, riducendone quindi l'efficacia farmacologica. Queste mutazioni, come dimostrato da software in grado di predire la struttura tridimensionale delle molecole, sono a carico o nelle strette vicinanze degli amminoacidi coinvolti nell'interazione con l'inibitore e causano, oltre alla resistenza, anche un vantaggio proliferativo. Inoltre, gli sperimentatori hanno testato altri inibitori di JAK2 dimostrando che le mutazioni identificate conferiscono resistenza anche verso molecole diverse. Inoltre, è stata individuata un'ulteriore mutazione in una posizione critica del dominio chinasico della proteina JAK2V617F che conferisce resistenza al ruxolitinib ma non agli altri inibitori testati. I risultati ottenuti da questo studio sono di grande interesse dato il largo impiego che potrebbero avere questi farmaci, non solo per le patologie caratterizzate dalla mutazione JAK2V617F, ma anche per quelle in cui JAK2 risulta costitutivamente attivato. I dati ottenuti sottolineano l'importanza del monitoraggio dello stato mutazionale di JAK2 nei pazienti che non rispondono alla terapia con gli inibitori come ruxolitinib e dell'identificazione di farmaci alternativi da utilizzare per questi pazienti. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Agosto 2011: Aumentata espressione dei geni delle deacetilasi istoniche in pazienti con neoplasie mieloproliferative croniche Philadelphia negative

Le istone deacetilasi (HDAC) sono enzimi coinvolti nel rimodellamento della cromatina e hanno un ruolo di primo piano nella regolazione dell'espressione genica. L'acetilazione degli istoni porta ad una conformazione cromatinica meno "compatta" che permette una maggiore possibilità di legame tra i fattori trascrizionali e la regione promotrice dei geni; al contrario, la deacetilazione degli istoni, mediata dalle HDAC reprime l'attività trascrizionale. Diversi lavori pubblicati negli ultimi anni hanno documentato una alterazione dell'espressione delle HDAC in diversi tipi di tumori. Il loro coinvolgimento nel processo di cancerogenesi viene attribuito principalmente alla loro capacità di reprimere l'espressione dei geni oncosoppressori. Per questo motivo, farmaci inibitori delle HDAC sono stati sperimentati nella terapia anti-tumorale e si sono dimostrati efficaci nell'indurre l'arresto del ciclo cellulare, le differenziazione e l'apoptosi (morte programmata) della cellula neoplastica. Recentemente è stato dimostrato un incremento dell'attività enzimatica delle HDAC in cellule staminali isolate da pazienti affetti da Mielofibrosi Primaria (PMF), suggerendo un ruolo di questi enzimi nella patogenesi di questa malattia o nella progressione a Mielofibrosi di Policitemia Vera e Trombocitemia Essenziale. Diversi inibitori delle istone deacetilasi (tra cui Givinostat e Vorinostat) sono stati impiegati con risultati promettenti nel trattamento farmacologico delle Neoplasie Mieloproliferative Croniche (CMNs).
In questo lavoro è stata valutata l'espressione delle HDAC nel sangue di 69 pazienti affetti da CMNs, confrontati con controlli sani, utilizzando una piattaforma per lo studio dell'espressione genica globale (che permette lo studio di oltre 38000 geni). Il lavoro ha evidenziato una marcata deregolazione dell'espressione dei geni codificanti per le HDAC. In particolare, è stata rilevata una aumentata espressione delle HDAC6, HDAC9 e HDAC11 ed è stata per la prima volta descritta una riduzione dell'espressione della HDAC7. Non è chiaro quale sia l'esatto ruolo della deregolazione dell'espressione dei singoli enzimi nel processo patogenetico delle CMNs, ma è noto il loro coinvolgimento in alcuni processi fisiopatologici. L'aumentato livello di HDAC11, ad esempio, inibisce l'espressione dell'interleuchina-10, citochina coinvolta nell'inibizione del processo infiammatorio; una deregolazione di questo enzima potrebbe contribuire a sbilanciare l'equilibrio immunologico verso un processo infiammatorio cronico. La HDAC7 probabilmente promuove il processo apoptotico e la sua down-regolazione potrebbe quindi essere causa di un accumulo cellulare. La HDAC6 è, invece, una proteina citoplasmatica il cui ruolo nel regolare la proliferazione di cellule tumorali è stato recentemente dimostrato. Inoltre, le HDAC possono agire deacetilando direttamente fattori trascrizionali quali NF-kB, HIF1-α, GATA1 e FOXP3, intervenendo sulle proteine della cascata infiammatoria e proliferativa.
Pertanto, questo lavoro sottolinea quanto le HDAC costituiscano un target di grande interesse per il trattamento delle CMNs. In particolare, gli inibitori delle HDAC si sono dimostrati efficaci nel regolare il processo infiammatorio cronico caratteristico di queste patologie, mentre è ancora da chiarire quale ruolo giochino nell'ambito della proliferazione cellulare e dell'apoptosi. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Luglio 2011: La perdita di TET2 conferisce una maggiore capacità di auto-rinnovamento e trasformazione mieloide alla cellula staminale ematopoietica

Molti studi sulle neoplasie mieloidi hanno permesso l'identificazione di alcuni difetti genetici ricorrenti nella maggior parte di pazienti affetti da neoplasie mieloproliferative (MPN), sindromi mielodisplastiche (MDS) e leucemie mieloidi acute (AML). Recentemente sono state scoperte diverse alterazioni a carico del gene TET2 identificabili come una nuova classe di mutazioni implicate nell'insorgenza di leucemie. TET2 è un enzima in grado di modificare chimicamente la struttura del DNA convertendo la 5-metilcitosina in 5-idrossimetilcitosina, variando conseguentemente lo stato di metilazione del DNA e quindi l'attività trascrizionale. La proteina TET2 mutante presente nelle neoplasie mieloidi risulta mancante dell'attività enzimatica e tale deficit provoca un'alterazione del profilo trascrizionale delle cellule del sangue.
Nonostante studi genetici ed esperimenti in vitro suggeriscano un ruolo per TET2 nella regolazione dello sviluppo emopoietico, gli effetti della mancata funzione di TET2 non erano mai stati descritti prima d'ora in vivo in modelli animali. In questo articolo, gli autori hanno dimostrato tramite l'inibizione di TET2 che tale enzima è in grado di regolare le proprietà di auto-rinnovamento e ripopolamento del midollo delle cellule staminali emopoieticche (HSC). In particolare, la mancanza dell'attività di TET2 in vivo porta ad un aumentata capacità di auto-rinnovamento e ripopolamento midollare. Inoltre, nei topi con tale carenza è stata riscontrata una significativa splenomegalia, dovuta ad un'emopoiesi extra-midollare, e difetti nel differenziamento di granulociti e monociti. Un'analisi dettagliata dell'emopoiesi ha quindi rivelato che i topi hanno sviluppato una mieloproliferazione progressiva associata a neutrofilia e un marcato aumento nella conta dei monociti; è stata inoltre evidenziata la presenza di cellule immature sia nel midollo osseo che nei tessuti linfoidi periferici, associata a displasia mieloide. Nell'insieme, questi dati dimostrano che la carenza di TET2 è correlata alla mieloproliferazione in vivo. Poiché la situazione più comune nei pazienti con difetti a carico di TET2 è la mutazione di una sola delle due copie del gene, sono stati effettuati esperimenti simili ai precedenti su topi con un solo allele TET2 mutato; attraverso tale approccio, gli autori hanno chiaramente dimostrato che questo tipo di alterazione risulta essere un evento patogenetico importante nella mieloproliferazione maligna.
In conclusione, il presente studio dimostra che TET2 è una proteina chiave nella regolazione dell'emopoiesi normale e neoplastica e chiarisce alcuni dei meccanismi di trasformazione tumorale causata da questa nuova classe di mutazioni delle neoplasie mieloidi. É probabile, quindi, che terapie che modulano i livelli di metilazione del DNA possano rappresentare in futuro un nuovo strumento terapeutico in neoplasie caratterizzate dalla perdita di funzione di TET2. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Giugno 2011: Un meccanismo CK2 dipendente è coinvolto nell'attivazione della via di trasduzione del segnale JAK-STAT

La via JAK-STAT è coinvolta nella trasduzione del segnale di molti fattori di crescita. Il legame di queste molecole ai rispettivi recettori induce l'attivazione delle tirosin-chinasi JAK a loro associate. La conseguente fosforilazione di substrati come le proteine STAT permette la traslocazione di questi trasduttori nel nucleo e la successiva attivazione dell'espressione genica.
Tra i membri della famiglia delle tirosin-chinasi JAK, JAK2 è stato descritto avere un ruolo fondamentale nell'eritropoiesi ed inoltre una sua deregolazione è implicata nei disordini mieloproliferativi (MPNs) e nelle leucemie. In particolare, la mutazione puntiforme JAK2V617F è stata riscontrata in un alto numero di pazienti con MPN ed è coinvolta nella patogenesi di queste malattie. Un'altra protein-chinasi, la cui deregolazione è implicata nell'insorgenza di tumori, è CK2, dal momento che la sua espressione ed attività è aumentata in molte neoplasie ematologiche. Fino a oggi, si conosce molto poco sulla potenziale interazione tra CK2 e la via JAK-STAT, la quale potrebbe rappresentare un nuovo target terapeutico.
In questo lavoro, gli autori hanno dimostrato tramite l'inibizione di CK2 che l'attivazione della via JAK-STAT è dipendente dalla presenza o dall'attività di CK2. I dati presentati suggeriscono inoltre che l'espressione di SOCS-3, un gene target di STAT, è dipendente da CK2 e che JAK2 è un target di CK2. Dal momento che una forma mutata costitutivamente attiva di JAK2 (JAK2V617F) è coinvolta nella patogenesi delle MPNs, gli autori hanno deciso di studiare l'interazione CK2-JAK2 nella linea cellulare HEL di eritroleucemia esprimente JAK2V617F. Da tali esperimenti è emerso che JAK2V617F interagisce con CK2; inoltre, l'inibizione di CK2 è in grado di sopprimere la fosforilazione in tirosina di JAK2V617F e l'espressione del gene anti-apoptotico Bcl-xL, con conseguente induzione di apoptosi.
Successivamente l'inibizione di CK2 in cellule mononucleate di pazienti affetti da policitemia vera (PV, una delle MPNs) sopprime l'attivazione costitutiva di JAK2, STAT5, STAT3 ed ERK ed induce apopotosi nel giro di 24 ore. Tali esperimenti mostrano quindi che CK2 è necessario per l'attivazione costitutiva di JAK2V617F e la sopravvivenza cellulare, sia nelle cellule HEL che nelle cellule primarie di pazienti con PV.
In conclusione, questi dati nel loro insieme indicano CK2 come un possibile ulteriore target terapeutico per le MPNs JAK2V617F-positive; in particolare gli inibitori di CK2 potrebbero dimostrarsi un utile strumento per il trattamento di neoplasie con una attivazione costitutiva di CK2, JAK e STAT. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Maggio 2011: Effetto della mutazione di JAK2 sui compartimenti staminali e progenitori ematopoietici in pazienti affetti da patologie mieloproliferative

La mutazione aminoacidica V617F nella proteina chinasi JAK2 è la principale responsabile dello sviluppo di patolologie mieloproliferative (MPNs) nell'uomo, quali Policitemia Vera (PV), Mielofibrosi Primaria (PMF) e Trombocitemia Essenziale (ET). La mutazione colpisce le cellule staminali ematopoietiche (HSCs), tuttavia le conseguenze della sua espressione nei compartimenti staminali e progenitori ematopoietici (HSPC), e il suo peso nel differenziamento mieloide sono ancora poco chiare. La determinazione del preciso ruolo di JAK2-V617F in queste regioni è fondamentale, al fine di comprendere meglio lo sviluppo della patologia e di conseguenza poter disegnare dei farmaci sempre più specifici nel colpire le alterate funzioni della forma mutata di JAK2.
In questo articolo si analizzano quindi gli effetti della mutazione di JAK2 a livello del compartimento ematopoietico staminale e del differenziamento mieloide, sia nei midolli che nel sangue periferico di pazienti affetti da MPNs. La mutazione non sembra incidere sul numero totale dei precursori a livello dei compartimenti ematopoietici midollari di pazienti PV e ET; al contrario, i pazienti affetti da mielofibrosi primaria presentano un aumento statisticamente significativo rispetto ai controlli. Non ci sono viceversa vantaggi selettivi sulla capacità dei precursori mieloidi JAK2-V617F di proliferare e differenziare in vitro in tutte e tre le patologie mieloproliferative rispetto alle cellule wild-type. L'effetto della mutazione è invece preponderante quando si analizza la capacità di espansione in vivo dei compartimenti ematopoietici ad uno stadio più differenziato, che risulta infatti essere significativamente maggiore a livello dei compartimenti eritroidi e megacariocitici. Fondamentale è poi la correlazione tra il grado di differenziamento mieloide e il cosiddetto "Allele Burden", ossia il rapporto tra le cellule ematopoietiche che presentano la mutazione per JAK2 e quelle genotipicamente wild-type: maggiore è l'Allele Burden e maggiore è il grado di amplificazione dei precursori mieloidi terminalmente differenziati. Dati meno netti riguardano invece il diverso peso della mutazione JAK2-V617F in omozigosi o in eterozigosi; i cloni in cui la mutazione è presente su entrambi gli alleli presentano una capacità di espansione maggiore sia nei progenitori ematopoietici che nei precursori eritroidi e megacariocitici rispetto agli eterozigoti per la mutazione, anche se il dato non si conferma in tutti i pazienti. In conclusione questi dati suggeriscono che, nonostante la mutazione JAK2-V617F abbia un effetto fondamentale e sufficiente per lo sviluppo di mieloproliferazione, possano esistere altri meccanismi molecolari ancora non noti che affianchino e contribuiscano in modo significativo alla modulazione del fenotipo patologico. Tutto ciò potrebbe così spiegare la limitata efficacia degli inibitori di JAK2 nell'eradicazione totale delle cellule staminali leucemiche, che sono le principali sostenitrici dello sviluppo delle neoplasie mieloproliferative umane. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Aprile 2011: Nuovo pathway molecolare mediato dalla forma mutata di JAK2 implicato nello sviluppo di mieloproliferazione

Molti studi clinici hanno dimostrato come la mutazione aminoacidica V617F nella proteina chinasi JAK2 sia fortemente implicata nello sviluppo di patologie mieloproliferative, quali Policitemia Vera (PV), Mielofibrosi Primaria (PMF) e Trombocitemia Essenziale (ET). L'effetto di questa mutazione produce un'attivazione costitutiva della via di segnalazione della chinasi JAK2, che comporta in questo modo "un'accensione" incontrollata e quindi oncogenica dei suoi bersagli molecolari. L'esatto meccanismo molecolare attraverso il quale JAK2-V617F sia in grado di sviluppare un fenotipo mieloproliferativo è però ancora poco noto. In questo studio americano pubblicato sull'importante rivista scientifica "Cell" si dimostra inizialmente su modelli cellulari che JAK2 mutato non solo acquisisce la capacità di legare con maggiore forza rispetto alla proteina wild-type uno dei suoi target, ossia la arginina metil-transferasi PRMT5, ma che ne induce, inoltre, un maggior grado di fosforilazione. Come conseguenza, PRMT5 molto fosforilato riduce la sua capacità di metilare alcuni dei suoi substrati, detti istoni, che agiscono come specifici regolatori dello stato di accessibilità al DNA. Si altera così il profilo di espressione genica dell'intera cellula ematopoietica in cui è avvenuta la mutazione, promuovendo un fenotipo di tipo mieloproliferativo. Su modelli cellulari CD34+ si dimostra più in dettaglio che la riduzione dell'attività di PRMT5 promuove un aumento sia nel numero delle CFU (Colony Forming Units) che nel numero di cellule eritroidi differenziate; al contrario una sua over-espressione riduce significativamente la formazione di colonie, indicando che PRMT5 sia in grado di regolare negativamente la proliferazione e l'espansione delle cellule progenitrici eritroidi. L'aspetto fondamentale di questo studio è che i dati molecolari ottenuti in laboratorio sono confermati direttamente su cellule CD34+ prelevate da pazienti affetti da Policitemia Vera. Dei campioni valutati, solo quelli con la mutazione V617F nella chinasi JAK2 presentano una maggiore fosforilazione della metil-transferasi PRMT5 rispetto ai controlli negativi per la mutazione. Questi risultati indicano quindi che la fosforilazione di PRMT5 contribuisce al fenotipo mieloproliferativo indotto dalla mutazione di JAK2, aprendo così la possibilità di introdurre un nuovo target terapeutico per i pazienti affetti da patologie mieloproliferative. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Marzo 2011: Caratteristiche molecolari e cliniche delle malattie mieloproliferative associate alla mutazione dell'esone 12 di JAK2

É noto che circa il 95% dei pazienti affetti da Policitemia Vera (PV) presentano la mutazione V617F nell'esone 14 del gene JAK2. Nei restanti pazienti è stata descritta da Scott e collaboratori la presenza di una mutazione nell'esone 12. Questa mutazione è stata recentemente descritta su una casistica di 338 casi come presente nel 4% dei pazienti affetti da policitemia. Essendo questa mutazione più rara rispetto alla mutazione V617F, le caratteristiche cliniche e biologiche dei pazienti che ne risultano portatori non sono ancora del tutto note, tuttavia sembrerebbe caratterizzare le forme che si presentano con eritrocitosi isolata. In questo studio vengono analizzati 106 pazienti affetti da PV nei quali è stata riscontrata la mutazione a livello dell'esone 12 diagnosticati presso 13 diversi centri europei. In totale sono state identificate 17 diverse mutazioni nell'esone 12 di JAK2.
Lo studio ha evidenziato che il 64% dei pazienti con mutazione a livello dell'esone 12 si presentava con eritrocitosi isolata, il 15% con eritrocitosi e leucocitosi ( globuli bianchi > 10 x 109/L) 12% con eritrocitosi e trombocitosi (piastrine > 400 x 109/L) e 10% con eritrocitosi, leucocitosi e trombocitosi. 83% dei pazienti presentava inoltre un quadro di ipercellularità midollare. La maggior parte dei pazienti presentava infine livelli di eritropoietina inferiori alla norma.
Da queste osservazioni deriva la raccomandazione alla ricerca della mutazione nell'esone 12 di JAK2 in presenza di eritrocitosi, livelli di eritropoietina inferiori alla norma e assenza della mutazione V617F.
L'analisi statistica ha dimostrato che i pazienti che presentano la mutazione nell'esone 12 sono caratterizzati da livelli di emoglobina superiori rispetto ai pazienti con mutazione V617F e da inferiori livelli di piastrine e di leucociti. Infine, il rischio di trombosi, di emorragia, di evoluzione in mielofibrosi post PV e di trasformazione in leucemia acuta è stato valutato nelle due coorti di pazienti con mutazione di JAK2 nell'esone 14 e nell'esone 12 dimostrando un rischio paragonabile nelle due popolazioni.
I fattori di rischio per eventi trombotici che comunemente vengono considerati significativi per i pazienti con mutazione V617F, ovvero l'età e la storia clinica di pregressi eventi trombotici sono significativi anche per i pazienti caratterizzati dalla presenza della mutazione dell'esone 12. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Febbraio 2011: Sicurezza ed efficacia di TG101348, un inibitore selettivo di JAK2, nella mielofibrosi

Circa la metà dei pazienti affetti da mielofibrosi presenta la mutazione V617F del gene JAK2. In questo studio vengono riportati i risultati dello studio multicentrico di fase I per il trattamento di pazienti affetti da mielofibrosi sia primaria che secondaria a policitemia vera o trombocitemia essenziale ad rischio alto o intermedio con un nuovo farmaco inibitore di JAK2 chiamato TG101348 somministrato una volta al giorno. Lo studio è stato condotto in diversi centri americani.Nello studio sono trattati 59 pazienti in totale includendo anche il gruppo di pazienti che hanno progressivamente incrementato la dose al fine di stabilire la massima dose "meglio tollerata". Questa dose è stata stabilita essere di 680 mg al giorno. La principale tossicità osservata a dosaggi superiori è stata un incremento dell'enzima amilasi reversibile e asintomatico. Il 73% dei pazienti inclusi nel protocollo di trattamento ha continuato la terapia per almeno 6 cicli riportando effetti collaterali limitati inclusi nausea, vomito, diarrea, anemia e piastrinopenia. Come risultato del trattamento la maggior parte dei pazientati ha riportato un rapido miglioramento della sintomi come l'astenia, il prurito, le sudorazioni notturni, la sensazione di precoce sazietà. Il 39% ha inoltre ottenuto una rapida riduzione del volume della milza dopo 6 cicli e il 47% dopo 12 cicli. Infine, la maggioranza dei pazienti con leucocitosi e piastrinosi al momento dell'inizio della terapia hanno ottenuto una normalizzazione dei parametri evidenziati nell'emocromo dopo 6-12 cicli di terapia. Infine, un risultato molto significativo è la progressiva riduzione della quantità di allele JAK2 mutato che rappresenta un marcatore della quantità di malattia. Le conclusioni pertanto dello studio sono che questo nuovo inibitore di JAK2 appare molto promettente nello scenario dei nuovi farmaci per il trattamento delle malattie mieloproliferative croniche, che appare essere ben tollerato con effetti collaterali reversibili con la sospensione del farmaco. Inoltre questo farmaco sembrerebbe avere un potente impatto non solo sulla sintomatologia ma anche sulla quota di malattia nei pazienti affetti da mielofibrosi. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Gennaio 2011: Cellule progenitrici endoteliali clonali e complicanze vascolari nelle neoplasie mieloproliferative

La nostra conoscenza circa la fisiopatologia delle neoplasie mieloproliferative è stata rivoluzionata dalla scoperta della mutazione JAK2 (V617F) nel 2005. Questa scoperta ha portato in seguito all'identificazione di diversi geni (comprendenti JAK2, MPL, LNK, TET2, IDH1/IDH2, EZH2, ASXL1 e TP53) le cui mutazioni somatiche giocano un ruolo importante nella patogenesi e nella progressione delle neoplasie mieloproliferative. Meno numerosi sono stati in questi anni gli studi sulle basi cellulari di questi disordini. Nel 2001, il Dr. Barosi ed i suoi collaboratori pubblicarono un lavoro fondamentale [Blood. 2001 Dec 1;98(12):3249-55] dimostrante che il numero assoluto delle cellule emopoietiche CD34-positive era aumentato nel sangue periferico di pazienti affetti da mielofibrosi primitiva. Questa osservazione portò al nuovo concento di abnorme ricircolo delle cellule staminali emopoietiche come meccanismo cellulare di malattia mieloproliferativa. Alcune settimane fa la Dott.ssa Teofili ed i suoi collaboratori hanno pubblicato uno studio interessante, che dimostra come in alcuni pazienti affetti da neoplasia mieloproliferativa le cellule progenitrici endoteliali siano clonali e JAK2 (V617F)-positive. Questi ricercatori italiani hanno valutato le cellule circolanti capaci di formare colonie endoteliali (ECFCs) in 42 pazienti affetti da policitemia vera, trombocitemia essenziale o mielofibrosi primaria. La crescita delle colonie è stata ottenuta in 22 pazienti e le conte più alte sono state osservate nella mielofibrosi primaria. In cinque pazienti che avevano avuto una complicanza tromboembolica, le ECFCs erano clonali in base ai pattern di inattivazione del cromosoma X ed erano JAK2 (V617F)-positive. Questo studio conferma precedenti osservazioni dei ricercatori AGIMM circa il fatto che le ECFCs possono far parte del clone mieloproliferativo [PLoS One. 2010 Dec 9;5(12):e15277], ed i risultati ottenuti sono compatibili con l'ipotesi che cellule progenitrici endoteliali clonali possano avere un ruolo nella predisposizione alle complicanze vascolari tipica dei pazienti con neoplasia mieloproliferativa. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Dicembre 2010: Le mutazioni somatiche del gene TET2 compromettono l'attività enzimatica della proteina TET2 e favoriscono la trasformazione neoplastica mieloide

Nella classificazione WHO dei tumori dei tessuti emopoietici e linfatici, le neoplasie mieloidi comprendono le neoplasie mieloproliferative, le sindromi mielodisplastiche, le neoplasie mielodisplastiche/mieloproliferative e la leucemia mieloide acuta. Questi disordini sono caratterizzati da alterata produzione di cellule mieloidi e possono avere alcune caratteristiche in comune. In particolare, si possono osservare transizioni fenotipiche fra le diverse neoplasie mieloidi, e sia le sindromi mielodisplastiche sia le neoplasie mieloproliferative possono trasformarsi in leucemia mieloide acuta. Due anni fa, Delhommeau e collaboratori condussero uno studio finalizzato ad identificare un gene oncosoppressore comune alle varie neoplasie mieloidi. I ricercatori francesi trovarono mutazioni somatiche del gene TET2 nel 15% di tutte le condizioni esaminate [N Engl J Med. 2009 May 28;360(22):2289-301]. Le mutazioni geniche erano presenti in cellule staminali emopoietiche e precedevano la mutazione JAK2 (V617F) in alcuni casi di neoplasia mieloproliferativa. Allora, tuttavia, non si sapeva nulla della funzione della proteina TET2: si sapeva solo che il gene TET2 aveva alcuni caratteri in comune con il gene codificante TET1, un enzima che converte la 5-metil-citosina (5mC) a 5-idrossi-metil-citosina (5hmC) nel DNA [Science. 2009 May 15;324(5929):930-5]. In un recente studio collaborativo, il Dr. Rao (Harvard Medical School, Boston), il Dr. Maciejewski (Taussig Cancer Institute, Cleveland) ed i loro collaboratori sono stati in grado di dimostrare una stretta correlazione fra neoplasie mieloidi e perdita dell'attività catalitica della proteina TET2: in particolare, i pazienti con mutazioni somatiche di TET2 presentavano bassi livelli di 5hmC nel DNA [Nature. 2010 Dec 9;468(7325):839-43]. I ricercatori hanno altresì osservato che l'inattivazione di Tet2 in precursori emopoietici murini alterava la loro capacità di differenziare in senso monocitario/macrofagico in coltura, osservazione compatibile con l'ipotesi che il gene TET2 giochi un ruolo importante nella differenziazione emopoietica. In sintesi, lo studio di Nature suggerisce la possibilità che la perdita di attività catalitica di TET2 comprometta la differenziazione dei progenitori mieloidi e favorisca la loro trasformazione neoplastica attraverso un meccanismo di alterata regolazione epigenetica. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Novembre 2010: La delezione dell'esone 14 del gene JAK-2 in pazienti con malattie mieloproliferative croniche

Nella maggior parte dei test diagnostici, la ricerca delle alterazioni del gene JAK-2, in primis la mutazione V617F e le meno frequenti alterazioni a carico dell'esone 12,13 e 14 vengono tutte ricercate su DNA ottenuto dal sangue periferico dei pazienti, in particolare da DNA derivato dai granulociti. Tuttavia questo approccio, se è ormai consolidato nella pratica usuale, porta alla sottostima della frequenza di un'alterazione considerata rara del gene JAK-2, la delezione completa a carico dell'esone 14, che determina la produzione di una proteina JAK-2 troncata. Infatti, mediante sequenziamento diretto, una completa delezione dell'esone 14 era stata finora trovata solo nell'1% circa dei pazienti con malattie mieloproliferative croniche Ph-negative. In questo recente articolo pubblicato sulla rivista PlosOne gli autori, traendo vantaggio da loro precedenti ricerche, che avevano dimostrato come l'analisi dell'RNA può essere più sensibile di quella del DNA per la ricerca delle mutazioni del gene JAK-2 specie nelle fasi precosi di malattia, hanno cercato la presenza della delezione dell'esone 14 del gene JAK-2 in una casistica relativamente ampia di pazienti con MPN utilizzando una RT-PCR con un frammento fluorescente. Questo approccio ha anche il vantaggio di poter utilizzare RNA derivato da plasma e non solo da cellule. Nove su 61 pazienti (pari al 15%) con MPN diagnosticata sulla base di criteri clinici è risulatato portatore di una delezione totale dell'esone 14, mentre 51 pazienti su 183 (pari al 27%) con MPN sospetta presentavano la stessa delezione; di questi 51, 20 erano anche portatori della mutazione V617F e 31 no. In tutti i casi con la delezione era anche presente la proteina troncata. Infine, nessuno dei 46 controlli sani studiati presentava la delezione dell'esone 14. Questi dati indicano che la delezione completa dell'esone 14 è un evento comune nelle MPN ed è più frequente in quelle V617F negative. Questa osservazione può conferire alla ricerca di questa delezione un'utilità diagnostica e potrebbe avere ruolo nella patogenesi e progressione di queste malattie. (Vai all'abstract collegamento esterno Articolo - 670 kB )



Ottobre 2010: Un'espressione fisiologica della proteina V617FJAK-2 causa una malattia mieloproliferativa cronica con effetti differenti su cellule ematopoietiche staminali e progenitrici

La mutazione V617F del gene JAK-2 rappresenta il candidato ideale per una terapia molecolare mirata delle MPN. Tuttavia i trial clinici finiora condotti con farmaci inibitori del gene JAK-2 hanno dimostrato la capacità di queste molecole di incidere positivamente su alcuni aspetti clinici quali, la spleneomegalia e sintoni sistemici come la febbre, il prurito, il dimagrimento. Tuttavia finora questi farmaci si sono dimostrati incapaci di incidere sulla storia naturale della malattia. Uno studio a fondo degli effetti di (nuovi) inibitori di JAK-2 sulle cellule staminali e progenitrici neoplastiche, che sono quelle alla fine responsabile dell'insorgenza e della progressione della malattia si gioverebbe di un modello animale in cui l'allele mutato di JAK-2 fosse espresso a livelli fisiologici nelle cellule staminali emopoietiche, così come avviene negli esseri umani. Finora tale modello non era disponibile, in quanto i modelli animali prodotti avevano espressioni di JAK-2 mutato variabili e non paragonabili a quelle osservate nei pazienti. Mullally e collaboratori, al Dana Farber Cancer Institute di Boston sono riusciti a generare un modello murino di MPN, con un quadro patologico molto simile a quello di una policitemia vera mediante un knock-in condizionale di JAK-2V617F, la cui espressione è sotto il controllo del promotore endogeno di JAK-2. Gli autori dimostrano che l'espressione a livelli fisiologici di JAK-2V617F è in grado di orientare fortemente la differenziazione delle cellule staminali emopoietiche verso il compartimento mieloide ed in particolare eritroide e megacariocitario, determinando un quadro midollare e periferico franco di policitemia vera. Dimostrano inoltre che la malattia è riproducubile trapiantando il midollo dei topi knock-in in topi sani irradiati e che la trasmissibilità della malattia è legata al compartimento staminale e non a quello espanso dei progenitorie precursori mieloidi. Tuttavia, mediante esperimenti di ripopolazione competitiva, cioè co-trapiantando in topi sani quantità variabili di cellule staminali sane e cellule staminali con il gene JAK-2 mutato dimostrano anche la staminale mutata non ha un particolare vantaggio rispetto a quella sana nel ripopolare il midollo, suggerendo quindi la possibilità che altri fattori, per esempio una mutazione di TET-2, agiscono insieme a JAK-2 nel determinare l'inizio dell'espansione del clone maligno. A corollario di questa osservazione gli autori dimostrano infine che trattando i loro topi knock-in con un inibitore di JAK-2, si ottiene un miglioramento clinico del quadro simil policitemico ma non si ottiene alcun effetto signifivativo sulla popolazione staminale che dà origine alla malattia. Questo modello oltre ad fornire interessanti e nuove informazioni sul rapporto fra mutazione di JAK-2 e patogenesi delle MPN, rappresenta un ottimo strumento per valutare nuove strategie terapeutiche delle MPNs, non soltanto basate su inibitori specifici di JAK-2 ma anche su sostanze in grado di agire sulla popolazione staminale maligna, indipendentemente dalla presenza della mutazione V617F di JAK-2.(Vai all'abstract collegamento esterno, vai all'editoriale collegamento esterno)



Settembre 2010: Sicurezza ed efficacia dell'inibitore di JAK1 & JAK2, INCB018424, nella mielofibrosi

Circa il 50% dei pazienti affetti da mielofibrosi presenta la mutazione V617F del gene JAK2, ma anche nei casi che mancano della mutazione è stata documentata attivazione abnorme della via di segnalazione cellulare JAK/STAT. In questo lavoro vengono riportati i risultati dello studio di fase 1-2 con un nuovo farmaco inibitore di JAK1 e JAK2, denominato INCB018424, in pazienti con mielofibrosi ad alto rischio, sia con la forma primaria che quella secondaria a policitemia vera o trombocitemia essenziale. Lo studio è stato condotto in alcuni centri americani, coordinato da S. Verstovsek del MD Anderson., Houston. La maggior parte dei 153 pazienti arruolati nello studio ha ottenuto un rapido miglioramento dei sintomi, e più della metà dei casi una riduzione di almeno il 50% del volume della milza, che è risultato in un miglioramento della astenia, dei sintomi sistemici, dei disturbi digestivi. Un'osservazione molto importante è che l'efficacia del farmaco è risultata simile nei pazienti senza la mutazione del gene JAK2. Il trattamento, complessivamente ben tollerato, ha portato a un miglioramento dell'anemia nel 14% dei casi, bilanciato però da una percentuale simile di casi che hanno sviluppato anemia legata al farmaco. Due ulteriori protocolli di fase 3 (studi COMFORT 1 e COMFORT2), sono attualmente in corso negli Stati Uniti e in vari paesi europei, inclusi i centri di Firenze, Pavia e Bergamo che sono parte del gruppo AGIMM. La pubblicazione dello studio è accompagnata da un Editoriale, a firma di A.M. Vannucchi, Firenze, il cui titolo sottolinea quanto questi risultati siano incoraggianti e rappresentino una svolta nel trattamento della mielofibrosi: "Dalla terapia palliativa a quella molecolare in pazienti con mielofibrosi". Al tempo stesso, però, si fa notare come la terapia con il JAK1/JAK2 inibitore non abbia comportato una riduzione significativa della quota di cellule mutate, pure a fronte di miglioramenti clinici importanti. Pertanto, la ricerca di una terapia "eradicante" la malattia è ancora aperta.(Vai all'abstract collegamento esterno, vai all'editoriale collegamento esterno)



Agosto 2010: Studio pilota con l'inibitore delle deacetilasi istoniche Givinostat in pazienti con neoplasie mieloproliferative croniche JAK2V617F positive

Le deacetilasi istoniche sono delle proteine che regolano l'espressione di geni responsabili della proliferazione, differenziazione e morte cellulare, oltre che di svariate funzioni cellulari. Farmaci inibitori di queste proteine sono stati sviluppati e studiati per la loro attività antitumorale; fra questi il Givinostat ha una attività antiproliferativa e proapoptotica in diverse neoplasie ematologiche. Un precedente studio in-vitro aveva dimostrato una specifica attività di questo farmaco nei confronti di cellule recanti la mutazione V617F del gene JAK2. In questo lavoro del gruppo di Bergamo del Prof. Rambaldi vengono riportati i risultati della prima sperimentazione su pazienti affetti da policitemia vera (PV), trombocitemia essenziale (TE) e mielofibrosi (MF) positivi per la mutazione JAK2V617F. Il 54% dei pazienti con PV e TE ha ottenuto una risposta clinica, e il 19% dei pazienti con MF una risposta maggiore. Nella maggior parte dei pazienti si è osservata la scomparsa del prurito, e la riduzione della splenomegalia si è ottenuta nel 75% dei pazienti con PV o TE e nel 38% dei quelli con MF. Gli effetti collaterali riportati sono stati di grado lieve-moderato e reversibili con la sospensione del farmaco. Questi primi incoraggianti risultati hanno rappresentato la premessa per una successiva sperimentazione clinica in pazienti con PV, che è attualmente in corso in alcuni centri ematologici italiani. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Luglio 2010: Treatment with the Bcl-xL Inhibitor ABT-737 in Combination with Interferon a Specifically Targets JAK2V617F Positive Polycythemia Vera Hematopoietic Progenitor Cells

Recenti studi in pazienti con policitemia vera indicano che il trattamento con interferone alpha possa essere efficace nell'indurre non solo risposte clinico-ematologiche ma anche molecolari, con riduzione fino alla scomparsa della carica allelica della mutazione JAK2V617F. Sebbene la formulazione pegilata dell'interferone sia meglio tollerata rispetto alle preparazioni convenzionali, pur tuttavia un terzo circa dei pazienti presenta effetti collaterali di un certo rilievo. Poiché un inibitore delle proteine anti-apototiche Bcl-2 e Bcl-XL, detto ABT-737, si è dimostrato attivo in studi in vitro contro le cellule della policitemia vera, in questa ricerca condotta al Mount Sinai School of Medicine a New York si sono analizzati gli effetti della associazione di basse dosi di interferone alpha con ABT-737. I risultati ottenuti hanno dimostrato che l'associazione dei due farmaci è attiva in colture in vitro e che l'efficacia è paragonabile a quella ottenuta con alte dosi di interferone, fornendo quindi un razionale all'uso combinato dei due farmaci in futuri trial clinici. (Vai all'abstract collegamento esterno)